Ciao a tutti, sono Laura e bentornati nelle limacciose atmosfere dell’Alabama.
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Questo libro è il romanzo d’esordio di Michael McDowell, il suo “percorso” in Italia non ha seguito una linea retta, ma piuttosto a un viaggio a ritroso, ribaltando un po’ l’esperienza di lettura (di solito si comincia con le opere più acerbe per arrivare a quelle più solide e vera espressione del potenziale dell’autore).
Se mi seguite da un po’, sapete bene quanto io abbia apprezzato l’autore e, soprattutto, quel piccolo gioiello che risponde al titolo di “Gli aghi d’oro” – che a tutt’oggi resta in assoluto il mio preferito di Michael McDowell. Proprio per questo, quando ho spacchettato “L’amuleto”, la curiosità era alle stelle: il suo romanzo d’esordio del 1979 (portato in Italia, come sempre, con una splendida veste grafica di Pedro Oyarbide e con la traduzione di Elena Cantoni).
Vi confesso che, mentre rigiravo tra le mani il libro, incantata dalla copertina dalle linee dorate e dai toni gotici medievaleggianti che condivide con gli altri romanzi oggetto di questa riproposizione, mi sono chiesta se avrei amato questo McDowell degli inizi con la stessa intensità. La risposta, come spesso accade con la letteratura che scava nel torbido, è profondamente ambivalente. Se avessi iniziato il mio viaggio con McDowell dalla saga di Blackwater, nonostante l’indubbio valore estetico del progetto, non so se avrei proseguito a esplorare la sua produzione. Fortunatamente ho iniziato da un romanzo autoconclusivo (proprio “Gli aghi d’oro”). Cosa mi aspettava con “L’amuleto”?
L’azione ci catapulta in Alabama, nel 1965. Siamo nel profondo Sud degli Stati Uniti, lo scenario d’elezione del Southern Gothic, un luogo che McDowell descrive con una tecnica narrativa particolarissima: se il contesto e le atmosfere vengono presentati al presente, quasi a voler congelare il tempo in un’istantanea vivida e soffocante, le vicende si sviluppano invece al passato, creando uno slittamento temporale dall’effetto magnetico. Il narratore è esterno, implicito, non onnisciente, e ci accompagna in una cittadina dove l’andamento della vita è scandito da ritmi tanto precisi quanto alienanti.

Come negli altri romanzi, la geografia gioca un ruolo importante. I fiumi, che in McDowell non sono mai semplici elementi paesaggistici ma veri e propri personaggi dotati di una propria volontà maligna, portano nomi che sono già una dichiarazione d’intenti: Burnt Corn Creek (il mais incendiato per vecchie pratiche agricole) e Murder Creek (l’assassinio) che scorrono come vene pulsanti di una terra intrisa di divisioni classiste e storiche.
Siamo infatti nella Black Belt, una regione in cui il nome originariamente legato alla straordinaria fertilità geologica del suolo si è fuso con una storia drammatica di schiavitù, segregazione e leggi razziali.
McDowell ci mostra una comunità spaccata, dove al di là del Burnt Corn Creek vivono i segregati, i discendenti degli schiavi, intrappolati in una terra degradata e piena di disagio sociale, mentre l’economia locale tenta di sorreggersi attraverso ciniche “lotterie” comunitarie.
In questo microcosmo privo di reali svaghi, la religione non è spiritualità, ma viene descritta quasi come un’occupazione di ripiego, un terreno fertile per la nascita di “fazioni” agguerrite, paragonabili a partiti politici o a tifoserie da gioco.
Ma l’elemento sociologico che ho trovato più potente è il ritratto del lavoro femminile nelle fabbriche, una necessità nata per affrontare lo sforzo bellico della guerra in Vietnam a causa dell’assenza degli uomini. McDowell costruisce qui una dinamica che in Europa avevamo già conosciuto con i conflitti mondiali, e utilizza la catena di montaggio come una spaventosa metafora dell’alienazione. Mentre leggevo queste pagine, la mia mente è volata subito ad altre letture e suggestioni culturali: dall’operaio incastrato negli ingranaggi del celeberrimo film di Charlie Chaplin, “Tempi moderni”, fino alle atmosfere distoniche e alienate della scrittrice giapponese Murata Sayaka, o alla fabbrica come allegoria della vita opprimente che troviamo in “Le quattro casalinghe di Tokyo” di Natsuo Kirino.
Accanto all’alienazione del lavoro, pulsa il trauma profondo dei reduci e delle loro famiglie. Un dolore che McDowell rende, se possibile, ancora più atroce e “ridicolo” (nell’accezione più grottesca del termine) perché le mutilazioni, le menomazioni e lo stress post-traumatico che devastano i giovani non avvengono nell’epica dello scontro al fronte, ma durante i banali incidenti di addestramento. Il lutto si congela in un limbo: la moglie di uno dei feriti si ritrova intrappolata in un matrimonio fantasma, arrivando a confessare a se stessa, con un brivido di autentico sollievo, di sentirsi vedova, poiché il corpo martoriato e la mente spezzata del marito le provocano ormai solo ripugnanza.
In questo scenario desolante, l’enigma dell’amuleto e la scia di sangue che si porta dietro non sono che un “diversivo”: un elemento inquietante, certo, ma quasi necessario per distrarre la donna da un orrore quotidiano ben più terreno.
«Non mi avvicinerei a te neanche se un evaso da un penitenziario della Florida mi puntasse un fucile alla testa. Se dopo questo istante non dovessi rivederti mai più, considererei questo giorno il più fortunato della mia vita. Se un camion ti mettesse sotto, regalerei all’autista un nuovo treno di gomme».
In questa citazione, ma ce ne sarebbero molte altre, l’astio viscerale ci mostra come il male umano e l’orrore “strisciante” siano i veri protagonisti.
C’è una forte circolarità della maledizione: la fine del libro suggerisce una nuova possibilità interpretativa che ho voluto abbracciare, ma che lascia intatto e insoluto il mistero sulla genesi stessa del male e sulla responsabilità individuale.
Questo libro, così come “Luna fredda su Babylon“, sembra quasi una palestra, un banco di prova generale per quello che sarà poi il capolavoro della saga dei Caskey. Eppure, mi risulta sinceramente inspiegabile perché la saga di “Blackwater” abbia riscosso così tanto più successo rispetto ai suoi romanzi autoconclusivi che io continuo a considerare di gran lunga superiori per affilatezza e originalità. “L’amuleto” si porta dietro lo spettro dei fiumi e il tema della vendetta (perfezionato poi in “Katie“) e lo considero un esordio promettente.
Voi cosa ne pensate? Avete letto le opere autoconclusive di McDowell o vi siete fermati al fenomeno “Blackwater”?
A presto,
Laura
Alcuni spunti di riflessione:
1. Nel romanzo, l’orrore soprannaturale dell’amuleto sembra quasi fare da schermo o da “distrazione” rispetto agli orrori reali della società del tempo (la segregazione nella Black Belt, il trauma del Vietnam, l’alienazione in fabbrica). Secondo voi, nei racconti gotici, il mostruoso serve a esorcizzare la realtà o a rifletterla?
2. La metafora della catena di montaggio e della fabbrica come luogo di alienazione è un tema ricorrente in letteratura e nel cinema, da Chaplin alla letteratura giapponese contemporanea. Quale opera, secondo la vostra esperienza, è riuscita a raccontare meglio questo senso di svuotamento dell’anima?
3. Siete d’accordo con la mia impressione sui romanzi autoconclusivi di McDowell? Pensate anche voi che a volte i lavori d’esordio o meno famosi di un autore custodiscano una gemma più autentica rispetto alle saghe diventate fenomeni commerciali?
Queste copertine sono magnifiche, i romanzi di McDowell sono piuttosto brevi e la saga di Blackwater è fatta di volumetti brevi, ma ci vuole spazio per metterli e quello scarseggia sempre 🥲
Sì, a me piange il cuore quando per dare spazio e visibilità a qualche libro devo decidere quale altro mettere in un angolo..