“Luna fredda su Babylon” – Michael McDowell e il ritorno del fiume nero

Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi porto sulle rive limacciose di un fittizio fiume dell’Alabama. È un libro fresco di stampa, si tratta di “Luna fredda su Babylon” di Michael McDowell, presentato da Neri Pozza al Lucca Comics (con simpatici gadget che purtroppo, acquistando online come ho fatto io, non si ricevono). Al contrario di quanto affermo ultimamente – è cioè che i libri degli ultimi anni, secondo me, sono quasi tutti di qualità bassa – ne ho preso uno appena uscito. Ma c’è il trucco, sì, perché questo romanzo è stato pubblicato nel 1980, è l’Italia che è rimasta indietro. L’editore italiano ha iniziato a pubblicare McDowell nel 2021 dando particolare attenzione alle illustrazioni delle copertine e facendo di ogni volume una piccola opera d’arte. La traduzione è stata affidata, per tutte le opere di questo autore, a Elena Cantoni (particolarmente brava nell’usare vocaboli e locuzioni ricercate senza dare l’impressione di un semplice esercizio di stile).



Alabama, 14 luglio 1965. Due figure su una barchetta si lasciano trascinare dalla corrente dello Styx, un fiume che sembra respirare come un organismo vivente. L’apertura di Luna fredda su Babylon ha il sapore familiare delle prime pagine di Blackwater: il fluire minaccioso dell’acqua, l’eco di una tragedia imminente, la sensazione che la natura conosca più segreti di quanti gli uomini vogliano ammettere.
Michael McDowell ambienta questo romanzo nel sud degli USA e lo fa descrive come un ventre oscuro. Babylon, la cittadina in cui tutto accade, sorge non lontano da Mobile — e il riferimento al fiume Perdido non è casuale. Lo Styx, che invece è un corso d’acqua fittizio, con il suo nome mitologico, è di fatto il nuovo protagonista, come lo fu il Blackwater prima di lui nella serie omonima.



Chi ha amato quella serie troverà in “Luna fredda su Babylon” lo stesso impasto di superstizione, avidità e rassegnazione. Ma, proprio per questo, la sensazione di déjà-vu è inevitabile. Con il legname e il petrolio — simboli di una ricchezza che corrompe e distrugge — sembra che McDowell riscriva le stesse parabole del potere e della rovina. Il banchiere Redfield, “l’uomo più ricco di Babylon”, richiama ironicamente il titolo di un celebre manuale di finanza (L’uomo più ricco di Babilonia), ma qui l’accumulo di denaro non redime, anzi: divora.



L’autore è un maestro nel rendere tangibile il male senza mai descriverlo in modo esplicito. L’orrore, come in ogni autentico southern gothic, nasce dal clima, dalle case troppo silenziose, dalle donne che stanno alla finestra in attesa di una nipote che non tornerà e da quella crudeltà gratuita che attraversa le sue storie come un vento umido.

Il romanzo è costruito in parti e capitoli con un ritmo volutamente ossessivo: per nove capitoli si ripete la frase “tornerà, si sarà messa al riparo da qualche parte”, come un ritornello che si svuota di senso.

Uno dei punti più affascinanti del romanzo è la scelta dei nomi. Styx e Babylon non sono casuali: evocano la discesa agli inferi e la superbia delle città perdute.
Viene da chiedersi quanto McDowell studi i nomi nei suoi romanzi perché nessuno sembra lasciato al caso.

Leggendo “Luna fredda su Babylon” che parla spesso della piantagione di mirtilli dei Larkin mi è venuto naturale pensare ai miei — piccoli arbusti che ho piantato da poco, simbolo di un ciclo vitale che, nel romanzo, si sta estinguendo. La sorte dei mirtilli, come quella delle anime di Babylon, sembra il definitivo annientamento.
In una pagina ho trovato un riflesso amaro del mondo contadino, che ho sentito come un triste presagio: “Le donne che passano la vita nei campi invecchiano in fretta, ed è raro che arrivino ai settantacinque anni. […] I contadini non vanno in pensione: continuano a lavorare finché non è la morte a dire basta.”
È una frase che tocca da vicino chi vive la terra non solo come mestiere.

“Luna fredda su Babylon” è un romanzo cupo, atmosferico, con quella lingua lenta e ipnotica che è marchio di McDowell. Tuttavia, la sensazione di assistere a un “auto-plagio” è reale: certi passaggi sembrano una variazione su temi già perfettamente esplorati in Blackwater. Eppure, anche nel suo ripetersi, McDowell continua a scavare in profondità nella natura umana. Il suo sud non evolve, marcisce e mostra al lettore ciò che preferirebbe non vedere, la malvagità che si nasconde nell’animo.

Per portare a termine la lettura di tutte le opere tradotte di McDowell mi manca ancora “Katie” uscito lo scorso anno. Ma è già in viaggio verso di me perché, nonostante la poca originalità, l’autore riesce sempre a intrattenermi e darmi spunti di riflessione. Quindi, a presto, Michael!

Laura

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