<<L’alba del nuovo anno era sempre luminosa a prescindere dal clima […] gli obblighi sociali erano spartiti equamente tra i sessi: erano gli uomini a fare le visite e le donne a riceverle. Dalla mattina fino al tramonto, la città si tramutava in un mostruoso alveare invernale di fuchi sempre più sbronzi che rendevano omaggio a regine sempre più stremate.>>
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La citazione tratta da “Gli aghi d’oro” di Michael McDowell offre un’apertura densa di suggestioni simboliche e sociali, che colpisce in modo particolare se letta attraverso la sensibilità di un’apicoltrice. L’immagine della città come “un mostruoso alveare invernale” è forte: evoca un movimento frenetico, ritualizzato e apparentemente ordinato, che però cela stanchezza, eccesso e svuotamento.
Nel paragone con l’alveare — un ecosistema che conosciamo come luogo di cooperazione, ruoli distinti ma armonici, lavoro incessante e produttivo — la città che descrive McDowell appare come una sua parodia decadente. I “fuchi” umani, cioè gli uomini, vagano da una casa all’altra con un senso d’obbligo sociale, si ubriacano progressivamente e rendono omaggio a regine stanche, le donne, che subiscono queste visite ripetitive fino allo sfinimento. L’equilibrio delle api — fondato sulla funzionalità e la sopravvivenza del gruppo — è completamente sovvertito. Qui domina la performance sociale, la facciata dell’equilibrio, ma sotto la superficie c’è disordine, alienazione, fatica.
Il tono di McDowell è ironico, ma anche profondamente malinconico. L’alba, che pure dovrebbe portare luce e rinnovamento, non è connessa al clima né all’interiorità dei personaggi: è luminosa “a prescindere”, come se il giorno nuovo fosse un copione da recitare, svuotato di ogni reale promessa. L’ossessione per l’apparenza e il rispetto dei rituali sociali si impone sulla sincerità del sentire.
Per chi conosce la biologia dell’alveare e la sua sorprendente intelligenza collettiva, questo paragone giunge come una denuncia sottile: laddove le api agiscono per un bene superiore e per la sopravvivenza della comunità, gli umani che McDowell ci presenta sembrano ingabbiati in ruoli stanchi, esauriti, performativi, in un ciclo annuale che più che rinnovarsi, si ripete svuotandosi.
Il contrasto tra l’ordine naturale e quello sociale (spesso imposto, soffocante) è una delle cifre più affilate della scrittura di McDowell. Il suo sguardo, lucido e impietoso, fotografa una società che pare ancora vittoriana nei modi, ma già marcia nelle fondamenta. Ed è proprio in questa dissociazione — tra la metafora dell’alveare come armonia e la sua deformazione in chiave grottesca — che si annida gran parte della forza espressiva di questa pagina.
Laura
Incipit “Gli aghi d’oro” di Michael McDowell
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