“Il ventre di Londra” di Clare Clark

<<si rifiutava di considerare il fiore come la somma di calice, stami e corolla […] quell’arida schedatura le toglieva ogni piacere. […] il fiore era una cosa dalla bellezza effimera, da cogliere e infilare dietro l’orecchio nel qui ed ora di un caldo pomeriggio d’estate, finché i petali non avvizzivano.>>

<<A William piaceva la precisione di quelle parole. Testimoniavano di un mondo in cui il caos era imbrigliato dal metodo e dalla ragione.>>

Ciao a tutti, sono Laura e ho aperto questa recensione con due citazioni del romanzo che ho appena letto.

Nel 1858, Londra fu invasa da un odore così insopportabile da restare nella memoria collettiva con un nome quasi mitico: The Great Stink, ossia “la grande puzza”. È da questo episodio, reale e storico, che prende spunto Clare Clark, con un esordio che fonde rigore documentario e sguardo letterario, rievocando un tempo in cui la città si piegava sotto il peso del proprio stesso fango morale e fisico.

Siamo nel 1855, poco prima del grande risanamento delle fogne, in un contesto sociale e politico che riflette il disordine delle classi e l’eterno problema del finanziamento pubblico. La scarsità di risorse, la lentezza della burocrazia e l’indifferenza verso i più poveri (temi sempre attuali, eh) fanno da sfondo a una città in fermento, dove le acque nere del Tamigi diventano simbolo del degrado collettivo.



L’autrice precisa nei ringraziamenti la natura fittizia della storia, ma il romanzo è sostenuto da ricerche approfondite e da riferimenti concreti, come la figura reale di Bazalgette, l’ingegnere che progettò il nuovo sistema fognario londinese. Attorno a lui si muovono personaggi costruiti con credibilità, fragili e imperfetti.

C’è poi il tema dell’autolesionismo, che la scrittrice intreccia nel ritratto del protagonista: un uomo incapace di modulare le emozioni, oscillante tra il bisogno di ordine e la fascinazione per il caos.

Faccio una piccola riflessione sul titolo. In originale è semplicemente “The Great Stink”, ma secondo me, una volta tanto, quello italiano è più evocativo. La città assume aspetto antropomorfo, un ventre con i suoi umori che custodisce organi vitali, pulsanti, ma anche il putrido.

La scrittrice non risparmia nulla al lettore: descrive senza pietà il disagio delle classi più povere, i mendicanti, i “cercatori” di rifiuti lungo le rive del Tamigi — tutti lasciati ai margini, ignorati, non curati, ridotti a spazzatura umana. Nessuno si interessa a loro, e proprio in questa invisibilità si consuma la violenza del sistema, un “circolo d’azzardo e di violenza” che torna ossessivamente, come il fetore che impregna le strade.

La Londra della Clark è un inferno dantesco, un labirinto di crimini e punizioni in cui il caos sembra sostituire la ragione. L’autrice esplora con realismo gli istituti psichiatrici dell’epoca, la miseria dei pazienti sedati e malnutriti. È un mondo che appare sempre sull’orlo della dissoluzione morale: il problema delle narrazioni diventa quello della memoria, del modo in cui una società decide di raccontare — o di occultare — la propria follia.

Mi ha colpito l’accenno a Scutari, che so essere una città in Albania, ma  qui il riferimento è al quartiere di Istanbul (che ho visitato di recente, prima di conoscere questa storia, però): il nome antico di Crisopoli, “città d’oro”, diventa un contrasto ironico con l’immagine di Londra, dove invece tutto è annerito dal fumo e dal fango.

Il linguaggio è curato, preciso, e anche i termini più insoliti — come “azzimati”, che mi ha fatto intuire un collegamento con il genovese “zimara” — contribuiscono a creare un tono ricercato ma mai artificioso. Il narratore è esterno, contemporaneo, ma alterna diversi punti di vista: Tom, William, l’avvocato. È una coralità che restituisce l’idea di una città viva, stratificata, dove ogni voce aggiunge una sfumatura al ritratto del marciume collettivo.

Mi piace il modo di scrivere della Clark, e credo che parte del merito vada al traduttore, Massimo Ortelio, che ha lavorato anche ai romanzi di Tracy Chevalier.

In conclusione, “Il ventre di Londra” è una buona storia che serve da impalcatura per due grandi temi: la psiche e il marciume della società. E poi, la storia di affetto uomo-cane tra Tom e Lady, venata dalla cupidigia, ha aggiunto un po’ di umanità.

Laura

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