Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi della mia recente lettura “cuscinetto”, una pausa tra romanzi più impegnativi, un ritorno alla comfort zone di trame ordinare che Agatha Christie sa costruire.
“Sfida a Poirot” non è un titolo tra i più celebrati, ma appartiene a quella lunga schiera di casi “medi” della Christie, in cui il fascino sta più nella voce del narratore che nell’intensità del mistero.
Tutto comincia con un omicidio in una casa piena di orologi, ciascuno indicante un’ora diversa. Una scena teatrale, troppo costruita per essere vera.
A indagare non è subito Poirot, ma Colin Lamb, un giovane investigatore, che poi si rivolge al celebre detective per una sorta di sfida intellettuale che lui accetta. Da quel momento, l’indagine si svolge quasi per procura: Poirot non interroga nessuno, non fa sopralluoghi, non si alza neppure dalla poltrona. Ragiona, incastra, deduce.
Voglio fare, come faccio spesso ormai, una considerazione sul titolo. La versione italiana enfatizza il “gioco” a cui Poirot viene chiamato a partecipare per semplice esercizio dell’intelletto, mentre in originale “The Clocks” vuol proprio sottolineare questo indizio, quasi a voler indirizzare il lettore verso quel particolare per dare un senso al mistero.

Il lettore attento resta in sospeso, come se la scrittrice si divertisse a costruire un enigma dentro l’enigma: non tanto chi ha ucciso, ma perché tutto, sulla scena, appare così artificiale.
E alla fine la soluzione è, come spesso accade, più semplice e umana di quanto ci aspettassimo.
Il vero inganno sta nel rumore di fondo – nei troppi orologi, nei troppi dettagli – che distraggono da un delitto quasi ordinario.
C’è una frase che mi ha colpita: quando gli chiedono perché si sia recato sul posto, visto che non aveva bisogno di farlo, Poirot risponde:
> “Sono un essere umano, dopo tutto. Sono venuto perché ero curioso.”
Ed è proprio qui che mi sono fermata a riflettere. Di cosa era curioso, davvero? Del caso? Dei meccanismi mentali di chi l’ha costruito? O, più sottilmente, del comportamento umano che si cela dietro la messa in scena?
Forse la curiosità di Poirot non è quella del detective, ma quella del narratore che vuole capire perché le persone costruiscono maschere, inganni e mistificazioni.
Forse la Christie, in fondo, si diverte a mostrare un Poirot già oltre il suo mestiere: non più cacciatore di colpevoli, ma osservatore dell’assurdità umana.
Questo romanzo non è sicuramente tra i capolavori della Christie, ma ha un fascino sottile, quasi metanarrativo: forse la vera “sfida” non era risolvere un omicidio, ma comprendere quanto può essere umano — e limitato — persino l’investigatore più razionale del mondo.
Mi sono chiesta, chiudendo il libro: come ha fatto Poirot a soddisfare la sua curiosità se non ha fatto domande, non ha visto il luogo, non ha parlato con nessuno? Forse non l’ha soddisfatta affatto. Forse la curiosità, in certi casi, è un modo per restare vivi, per continuare a pensare anche quando tutto sembra già risolto.
Laura
Ricordo di averlo letto qualche anno fa proprio perché non era tra i più citati della Christie e in generale di Poirot e quindi mi incuriosisco molto riguardo queste opere. E posso dire di concordare con te. Nonostante non sia una storia incredibile ha un enorme fascino anche data dall’assurda ambientazione piena di orologi. E questo è un enorme punto a favore di una storia semplice.
Esatto. Io, quando scorgo delle assurdità o delle cose “fuori posto” ragiono tanto sulle motivazioni dell’autore dietro quella scelta