“Il serpente dell’Essex” di Sarah Perry

Una vedova curiosa, un mostro marino e un’epoca in bilico tra superstizione e ragione. Un romanzo che affascina, ma non del tutto convince.

«Alla fine volevo avere uno scopo, non il successo»

Ciao a tutti, sono Laura. Ho letto “Il serpente dell’Essex” in pochi giorni, è autunno e l’aria comincia a sapere di nebbia, il mare si ritira lasciando disegni strani sulla sabbia: mi sembrava la stagione giusta per un romanzo ambientato tra fanghi, superstizioni e serpenti mitici.
È stata Elena a procurarmi il volume, un’edizione usata trovata al mercatino: dentro c’era un ritaglio di giornale, dimenticato da chissà chi. Mi piace pensare che la “Fiorella” della firma in prima pagina l’abbia comprato proprio incuriosita da quell’articolo, forse attratta dal mistero più che dalla storia.

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La protagonista, Cora Seaborne, è una giovane vedova dell’Inghilterra vittoriana. La sua libertà nasce, paradossalmente, dalla morte del marito: solo da sola può dedicarsi a ciò che ama davvero — la ricerca di fossili e il piacere della scoperta. Il romanzo di Sarah Perry racconta questo desiderio femminile di conoscenza in un tempo che concedeva alle donne ruoli rigidi e parole misurate.
Cora, come la Mary Anning di Strane creature di Tracy Chevalier, è una donna che scava non solo nella terra, ma nel proprio posto nel mondo (quanto si sarà ispirata l’autrice all’opera della Chevalier che risale a una decina di anni prima?).

Il piccolo paese di Aldwinter, con il suo nome antico e misterioso, sembra trattenuto in una bolla arcaica. Tra le sue vie fangose, la razionalità della scienza si scontra con la paura del mostro che emerge dal mare: il famoso “serpente dell’Essex”, un’ombra che divide la comunità tra credenti e scettici.

Nel romanzo c’è una tensione costante tra scienza e religione. Cora e il vicario William Ransome incarnano due visioni opposte su come “portare la luce nel mondo”: lui attraverso la fede, lei attraverso la ragione. È una metafora antica, la troviamo spesso anche nelle fiabe. La luce che illumina, la candela che si accende, la lampada che protegge — che si tratti di Aladino o dell’acciaio magico.
Eppure, nel romanzo, quella luce vacilla. Le convinzioni più pure si sporcano di orgoglio, e l’amore — quello umano — finisce per confondere le carte.



Cora confessa di non aver mai amato davvero nessuno. Credeva fosse normale passare dall’amore alla paura, perché il cuore batteva allo stesso modo. È una frase che contiene tutta la tristezza delle “relazioni tossiche” prima che qualcuno le chiamasse così.
Il romanzo racconta l’amore come qualcosa che, invece di nutrire, può distruggere. William e Cora si attraggono senza toccarsi davvero, Luke desidera e soffre, e ogni personaggio sembra diviso tra bisogno e colpa.

Le pagine secondarie trattano temi interessanti: i primi esperimenti chirurgici, la miseria delle case popolari londinesi, i comportamenti “strani” del figlio Francis — forse un ritratto precoce di autismo, osservato con tenerezza e senza diagnosi. E poi Martha, la governante, che sogna una società più giusta, frequenta conferenze socialiste e rifiuta il matrimonio per non perdere la propria indipendenza.
Questi frammenti di realtà danno al romanzo la sua parte migliore, quella concreta.

Il serpente dell’Essex non è un mostro, ma una proiezione collettiva. Il male che il villaggio teme è la paura stessa: quella dell’ignoto, della libertà, della perdita di senso. Eppure, nonostante l’idea affascinante, il romanzo non mi ha del tutto coinvolta. La scrittura, pur elegante, è frammentata; le dinamiche sentimentali si ripetono; la tensione si spegne troppo presto.
Direi che questa lettura è promossa al 70%: interessante, stimolante, ma manca qualcosa.

Il serpente dell’Essex resta comunque un romanzo ambizioso, che cerca di illuminare l’epoca vittoriana dall’interno: la paura del progresso, il ruolo della donna, il rapporto tra fede e conoscenza. È un libro che invita a scavare — nella terra, nelle idee, nei sentimenti — e forse questo basta per giustificare la sua esistenza. Io però, chiudendolo, ho sentito più il rumore della marea che la voce del serpente.

Laura

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