Ci sono libri che attirano come calamite. “The Turnglass” è uno di questi: un romanzo double-face, due copertine in colori diversi e due storie da leggere capovolgendo il volume. È impossibile, davanti a un’operazione del genere, non tornare con la mente a “La storia infinita” di Michael Ende, dove la fisicità del libro diventa parte essenziale del racconto. Qui, purtroppo, il paragone si ferma alla suggestione iniziale.
Le due trame scorrono su piani temporali distinti: Essex nel 188 1a Turnglass House e California nel 1939 con un’indagine che riporta nuovamente in Essex.
In entrambe le storie, il fulcro narrativo dovrebbe essere la dimora che dà nome al romanzo. Ogni capitolo è introdotto dal suo disegno: un potenziale espediente metanarrativo che però non trova mai una reale funzione narrativa. Rimane un accessorio grafico, fine a sé stesso.
Piccola nota curiosa, ho appena letto “Il serpente dell’Essex” che è proprio ambientato nella stessa zona. Infatti ci troviamo sempre vicino alla zona nebbiosa del Blackwater. Anche il periodo storico, la fine del 1800, coincide.
L’operazione editoriale suggerisce un progetto ambizioso: due protagonisti, due misteri, un filo che li unisce nel tempo. Ma il collegamento tra le due parti è labile, quasi forzato. La struttura dell’intreccio appare incerta dall’inizio alla fine, senza una tensione che realmente giustifichi la divisione in due romanzi speculari.
I personaggi, poco caratterizzati, scivolano via dalla memoria non appena girata la pagina e quando si arriva al punto in cui le due storie dovrebbero illuminarsi a vicenda… non accade nulla di concreto.

Rubin inserisce nel testo riferimenti potenzialmente ricchi: oppio e traffici coloniali dell’Impero Britannico, schiavismo e retoriche sugli yankee, controllo domestico, segregazione, patriarcato.
Temi forti, che darebbero concretezza storica, ma qui sono trattati in modo sfumato fino alla superficialità. Non c’è ricerca, non c’è approfondimento o studio da parte dell’autore… e si vede.
Altra curiosità: leggendo l’accenno alle fumerie d’oppio, è stato naturale ripensare a “Gli aghi d’oro” di Michael McDowell, dove la percezione del disagio è più immersiva. “The Turnglass”, al contrario, non insegna nulla su ciò che sfiora. Tutto rimane stereotipo.

Lo stile di Rubin non aiuta. La narrazione è appesantita da un’esuberanza di aggettivi che soffoca ritmo e atmosfera. Le descrizioni sembrano voler supplire alla mancanza di sostanza, ma finiscono per evidenziarla. Il risultato è un romanzo che, invece di avvolgere il lettore nel mistero, lo respinge con una patina artificiosa.
“The Turnglass” parte da un’intuizione intrigante: un libro capovolto con due storie intrecciate attraverso un luogo condiviso. Una fisicità editoriale che promette gioco e meraviglia. Quella promessa rimane però disattesa. L’idea è notevole, ma lo sviluppo rimane minimo: un espediente di marketing narrativo dal valore effimero.
La lettura continua ad avere valore anche quando ci delude: ci allena a riconoscere le promesse mancate della narrativa e a desiderare storie migliori.
E voi? Vi è mai capitato un romanzo con una bellissima idea… ma sviluppata malissimo? Condividete titoli, frustrazioni e opinioni: facciamo insieme una lista delle promesse mancate!
Laura
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