“Nessuno scrive al colonnello” di Gabriel García Márquez

Ciao a tutti, sono Laura. Oggi vi parlo di un piccolo volume che però racchiude un peso emotivo imponente che fin dalle prime pagine ha risvegliato in me una profonda curiosità.

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Il romanzo è stato pubblicato originariamente nel 1958 con il titolo “El coronel no tiene quien le escriba” e la differenza rispetto alla traduzione italiana “Nessuno scrive al colonnello” è sottile ma rappresenta – secondo me – un nodo importante poiché nella lingua originale l’accento cade sul fatto che non ci sia nessuno che gli scrive e quindi la responsabilità della mancata corrispondenza è tutta rivolta al protagonista che non ha saputo o voluto coltivare una relazione epistolare, mentre in italiano la responsabilità è tutta spostata sul mittente.
Consultare le note iniziali e gli elementi del colophon prima di immergersi nella lettura ha perfettamente senso per collocare l’opera nella produzione giovanile dell’autore colombiano posizionandola come un tassello imprescindibile che anticipa la grande stagione del realismo magico e mostrando uno stile essenziale asciutto e quasi giornalistico che si distingue nettamente dalle sue opere successive.
Ambientata in un preciso contesto storico e geografico che rievoca l’America del Sud degli anni Cinquanta tra calura opprimente e tensioni politiche striscianti la vicenda segue la fabula patetica di un vecchio colonnello che attende invano la pensione di una guerra ormai dimenticata insieme alla moglie malata di asma e ad un gallo da combattimento ereditato dal figlio ucciso dalla polizia per motivi politici. Il ritmo misurato e denso avvolge il lettore in un’atmosfera dove il patetico viene costantemente superato grazie alla sagacia del dialogo e a un uso sapiente dell’umorismo e dei luoghi comuni rovesciati visto che il colonnello si serve dell’ironia per rispondere ai colpi di buonsenso della moglie incarnazione dell’umana forza che pur avendo aspettato tanto non può più attendere. La posta che non arriva mai e che dovrebbe finalmente riconoscergli la pensione diventa l’emblema di un’attesa logorante mentre il gallo assume un valore fortemente bivalente rappresentando da un lato la speranza del colonnello di fare finalmente fortuna e dall’altro il ricordo affettuoso per il figlio allevato con passione oltre a essere un legame viscerale con il popolo conculcato e un simbolo di riscatto per i vinti la cui vittoria potrebbe essere la rivalsa di un’intera comunità anche se si prevede che non avverrà mai. La solitudine e la solidarietà emergono come i due cardini fondamentali della poetica dell’autore ed è evidente come l’isolamento del protagonista venga illuminato da due affermazioni emblematiche quali «Non sono solo» e «L’illusione non si mangia, ma alimenta» che trasformano il protagonista in un vero e proprio eroe della quotidianità capace di convertire le sue ossessioni come il gallo, la posta, la fame e la tenace incapacità di rassegnarsi in un rifiuto dignitoso per continuare a vivere nonostante tutto.
Riflettendo su queste dinamiche non posso fare a meno di tracciare parallelismi con altre grandi narrazioni del Novecento e con certe trasposizioni cinematografiche dove l’attesa diventa personaggio essa stessa mentre il mio bagaglio di letture passate ha indubbiamente influenzato il modo in cui ho recepito la dignità di questa figura spingendomi a rivedere le mie future scelte di lettura verso opere che esplorano con eguale lucidità la psicologia della resistenza personale.
Questa narrazione si sposa in modo eccellente con la linea della casa editrice capace di valorizzare classici senza tempo e ha stimolato in me profonde riflessioni legate sia allo studio della sociologia che ai miei personali interessi legati all’economia e alla gestione della vita quotidiana in campagna dove il valore della pazienza, il rispetto per la terra e la cura degli animali domestici richiedono una dedizione profonda e silenziosa del tutto simile alla costanza del colonnello.

Ecco i soliti spunti di riflessione:
1. In che modo la scelta di aggrapparsi a un simbolo come il gallo può trasformare una forma di ossessione in un atto di pura resistenza psicologica e dignità personale?
2. Quanto la speranza e l’illusione possono essere considerate un nutrimento indispensabile per la sopravvivenza umana quando tutte le garanzie materiali vengono meno?
3. Come influisce l’assenza di risposta da parte delle istituzioni sulla percezione della solitudine individuale all’interno di una comunità oppressa?

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