“Il ladro di cadaveri” di Robert Louis Stevenson

Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi di una lettura fatta durante una pausa del mio viaggio in Tanzania.
Ero a Karatu, dopo una giornata trascorsa in jeep sulle tracce di animali che mi hanno emozionato più di quanto potessi immaginare. Nel lodge dove alloggiavamo, a bordo piscina, ho aperto il Kindle. Ho visto questo piccolo e scuro gioiello vittoriano e mi sono approcciata alle sue pagine con quella classica curiosità impaziente che mi prende ogni volta che mi imbatto nel lato più sotterraneo e macabro della letteratura classica, chiedendomi se un testo così breve potesse davvero racchiudere quella stessa potenza narrativa che ho sempre amato nelle grandi opere dell’Ottocento.
Il libro in questione è “Il ladro di cadaveri” di Robert Louis Stevenson, pubblicato originalmente nel 1884 con il titolo “The Body Snatcher”, un’opera che in Italia è arrivata soltanto nel 1982, quasi un secolo dopo la sua nascita, facendosi strada nell’editoria nostrana spesso nascosta all’interno di varie antologie e tradotta di volta in volta con titoli differenti quali “Il dissotterratore”, “La iena” oppure “Il trafugatore di salme”.



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La bellezza di questa edizione risiede anche nel suo impatto visivo immediato e nella cura formale dell’oggetto libro, dove l’illustrazione di copertina anticipa con toni cupi e linee essenziali la discesa nell’ombra della storia, spingendomi ad analizzare persino gli elementi del colophon, le eventuali note d’autore e le brevi citazioni d’apertura, dettagli che consiglio di leggere assolutamente prima di immergersi nella narrazione poiché offrono la chiave di lettura ideale per comprendere il clima di profondo disagio etico in cui ci si sta per addentrare.
Sono presenti SPOILER, ma si tratta di un’opera di duecento anni fa, quindi credo di essere autorizzata a sperare di non fare chissà quale danno.
La vicenda ci trasporta direttamente nella Edimburgo del 1831, in un contesto storico e geografico intriso di nebbie, lumi a gas e rigidi dogmi morali, offrendo il teatro perfetto per una trama che scava a fondo nella psicologia dei personaggi, in particolare in quella dei giovani studenti di medicina Fettes e Macfarlane.
Stevenson costruisce una narrazione dal ritmo inizialmente lento e ponderato, immersa in atmosfere fortemente gotiche che si insinuano nell’animo di chi legge ma che al tempo stesso si rivela straordinariamente scorrevole e piacevole da seguire, dipingendo con maestria il cinismo di una scienza disposta a chiudere entrambi gli occhi sull’origine dei corpi destinati al tavolo autoptico.
Questa profonda ambiguità etica mi ha fatto subito pensare alla celebre trasposizione cinematografica del 1945 intitolata “La iena – L’uomo di mezzanotte”, un adattamento visivo affascinante dove tuttavia la scelta di regia e sceneggiatura diverge in modo sostanziale dal testo originale nel finale, evitandovi la morte di Macfarlane e concedendo a lui e a Fettes una via di fuga narrativamente comoda che suggerisce una possibile redenzione dei due protagonisti, laddove invece la pagina scritta di Stevenson rimane inesorabile e fedele alla sua spietata lucidità psicologica.
Giunta all’ultima riga ho avvertito un forte senso di appagamento emotivo, consapevole di come il mio bagaglio di letture passate legate ai grandi maestri della narrazione e all’analisi delle strutture drammatiche abbia arricchito la fruizione di questa storia, dandomi la certezza che nei miei progetti futuri tornerò a esplorare con ancora più convinzione la produzione breve dell’autore e il genere gotico più puro.
Questo volume si è rivelato una piccola ma adorabile perla di questo autore, confermandone l’abilità anche in queste opere minori. Spero che l’attuale trend del gotico possa portare a una riscoperta di tutta la sua antologia che offre notevoli spunti di riflessione su dinamiche psicologiche e sociali (oltre al realismo delle descrizioni storiche e ambientali).

Alcuni spunti di riflessione:

Fino a che punto la ricerca del progresso scientifico o personale può spingerci a giustificare il superamento dei confini etici e morali della nostra società?

In che modo la differenza tra il finale cinico di Stevenson e quello redentivo dell’adattamento cinematografico del 1945 riflette le diverse esigenze del pubblico di due epoche distinte?

Quanto le atmosfere cupe e claustrofobiche del gotico vittoriano riescono ancora a parlare alle nostre inquietudini contemporanee?

Laura

2 pensieri riguardo ““Il ladro di cadaveri” di Robert Louis Stevenson”

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  1. Post molto interessante, come sempre. Sono sempre più orgoglioso di essere da tempo un regolare lettore e commentatore di questo blog.

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