Ricordo ancora la prima volta che ho tenuto tra le mani questo volume di proprietà di Elena. Anche lei lo aveva dovuto leggere per la scuola e – come quasi tutte le letture imposte – non ne era rimasta soddisfatta. Lo stesso accadde a me, ignara che quello che sembrava un mondo apparentemente grigio e borghese era, in realtà, ribollente di nevrosi e ironia. Avevo accumulato i soliti pregiudizi scolastici su Italo Svevo, convinta di trovarmi di fronte alla solita narrazione pesante sull’inettitudine e sulla sconfitta esistenziale dell’uomo moderno, ma è bastato superare quel pregiudizio e rileggerlo adesso per rendermi conto già dalle prime pagine per capire che mi trovavo davanti a uno dei più clamorosi malintesi della nostra storia letteraria.

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Pubblicato nel 1923, in un periodo di profonda ridefinizione dei confini europei e personali dopo il primo conflitto mondiale, “La coscienza di Zeno” porta con sé un titolo che nella sua apparente semplicità nasconde un doppio fondo psicologico eccezionale, dove la parola coscienza oscilla costantemente tra la consapevolezza morale e l’inganno profondo della mente, un contrasto che si apprezza ancora di più se si pensa a come l’opera dialoghi con la psicanalisi freudiana che in quegli anni faticava a farsi strada nella cultura italiana ufficiale.
Prima ancora di addentrarsi nel diario di Zeno Cosini, vale la pena soffermarsi sul colophon e soprattutto sulla brevissima prefazione firmata dal misterioso dottor S. che dichiara di pubblicare queste memorie per vendetta contro il suo paziente che ha interrotto la cura, un elemento paratestuale che non va assolutamente saltato perché stabilisce fin da subito il patto narrativo basato sulla vendetta e sull’inganno, avvisando il lettore che tutto ciò che seguirà è filtrato da uno sguardo che mente sapendo di mentire.
Questa inattendibilità del narratore diventa il motore di un gigantesco dispositivo comico che smaschera l’ipocrisia della borghesia triestina del tempo e al contempo ci offre uno specchio deformante ma veritiero delle nostre debolezze quotidiane. Ci siamo ritrovati a considerare Zeno come una figura tragica, schiacciata dall’angoscia e dall’incapacità di agire, ma la verità è che ci troviamo di fronte a un mentitore sublime che usa la sua presunta malattia come uno scudo perfetto per fare tutto ciò che vuole senza mai risponderne di fronte agli altri. Questa dinamica si mostra fin dalle prime pagine dedicate al vizio del fumo, dove Zeno rievoca il suo primo furto commesso da bambino per procurarsi dei sigari e per giustificarsi di fronte a se stesso e al dottore scrive che la colpa era di un ragazzino che regalava sigarette distribuendole male, usando le esatte parole «donde la necessità in cui mi trovai di procurarmene da me delle altre. Così avvenne che rubai». È un meccanismo di autoassoluzione infantile, quasi ridicolo per la solennità burocratica con cui viene esposto, che culmina poco dopo quando, agitato dall’analisi stessa della sua dipendenza, decide che proprio la comprensione dell’origine del vizio lo ha guarito e dichiara «perciò, per provare, accendo un’ultima sigaretta». In questa eterna ultima sigaretta che non finisce mai si nasconde la più grande verità sull’ipocrisia umana, quella rassicurante menzogna che ci raccontiamo per non abbandonare la nostra zona di comfort, un atteggiamento che ritrovo spesso anche nei miei tentativi di imporre una disciplina ferrea ai miei progetti di scrittura o alle attività quotidiane nella terra.
Zeno trasporta questa stessa studiata goffaggine nelle relazioni sociali e nel corteggiamento, muovendosi nella ricca famiglia Malfanti con l’obiettivo di sposare una delle quattro figlie di Giovanni, l’uomo d’affari che rappresenta il suo ideale di salute e successo. Il corteggiamento di Ada, la sorella più affascinante, viene descritto con un cinismo raggelante mascherato da romanticismo, in cui lui ammette di essersi dedicato a quell’innamoramento forzato con la stessa metodica costanza che si riserva all’igiene personale quotidiana, quasi come se l’amore fosse una purga o un dovere sociale per rendersi presentabile al mondo. Quando il destino e la sua stessa inettitudine lo spingono tra le braccia della meno attraente Augusta, quella strabica che inizialmente rifiutava, assistiamo alla beffa suprema di un matrimonio che si rivela perfetto proprio perché lei incarna quella rassicurante normalità borghese di cui Zeno ha bisogno per continuare a coltivare indisturbato le sue nevrosi.
Il contrasto tra la sua finta debolezza e la presunta forza altrui emerge prepotentemente nel rapporto con il cognato Guido Speier, uomo di bell’aspetto e abile violinista che Zeno finge di amare come un fratello pur detestandolo profondamente. L’ironia nera sveviana raggiunge vette altissime durante una passeggiata notturna in cui Guido si siede sul bordo di un muretto sospeso sul vuoto e Zeno confessa di aver desiderato spingerlo giù, trattenuto non da un sussulto morale o dall’affetto ma dal semplice e meschino calcolo che un omicidio gli avrebbe rovinato il sonno notturno che si era faticosamente assicurato sposando Augusta. Questa totale assenza di morale utilitaristica viene sublimata nell’episodio tragicomico del funerale di Guido, morto per un finto suicidio finito male per via di un banale errore di dosaggio dei farmaci. Zeno, distratto dalle sue speculazioni in borsa condotte per salvare l’onore della famiglia del rivale, arriva in ritardo al corteo funebre e per una fretta che nasconde un rifiuto inconscio si accoda al carro sbagliato, seguendo una bara sconosciuta fino a una chiesa ortodossa e scaricando poi la colpa del suo lapsus freudiano sull’incolpevole accompagnatore.
Tutta questa immensa architettura di bugie e omissioni trova la sua giustificazione storica e filosofica nelle pagine finali, dove lo scoppio della prima guerra mondiale sconvolge Trieste e costringe Zeno a fare i conti con la realtà. Eppure, mentre il mondo crolla e la società si rivela malata fin dalle fondamenta producendo ordigni distruttivi che sognano una catastrofe purificatrice, l’inetto Zeno specula sulle merci e realizza profitti enormi, scoprendosi improvvisamente sano non grazie alla psicanalisi che rigetta con sdegno ma grazie alla sua eccezionale capacità di adattarsi al caos attraverso la menzogna e l’ironia. Questa conclusione mi porta a riflettere su come le mie letture passate, dai drammi morali di Alessandro Manzoni alle grandi analisi psicologiche del Novecento, abbiano plasmato la mia chiave di lettura di questo romanzo, spingendomi a cercare sempre il sottotesto e l’ambiguità dietro le facciate più rispettabili. La scelta di Adelphi di inserire Svevo nella sua prestigiosa collana rispecchia perfettamente questo approccio che privilegia la complessità della mente umana rispetto alle narrazioni lineari, offrendomi continui stimoli per la strutturazione dei miei futuri progetti letterari e per comprendere le dinamiche economiche e relazionali che regolano anche le nostre vite più semplici. In un’epoca che ci impone di essere sempre performanti e risolti, la lezione di Zeno risuona come un invito intimo ad accettare le nostre imperfezioni e a imparare a ridere delle nostre debolezze come unico modo per sopravvivere in un mondo capovolto.
Alcuni spunti di riflessione:
1. Fino a che punto la nevrosi di Zeno è un reale limite esistenziale e quanto invece rappresenta una strategia di sopravvivenza consapevole in una società profondamente malata?
2. La decisione di Zeno di sposare Augusta pur desiderando Ada rivela una forma di vigliaccheria o una lucida comprensione dei propri reali bisogni psicologici?
3. In che modo l’ironia e la menzogna possono diventare strumenti di resistenza e di adattamento di fronte ai grandi traumi della storia collettiva come la guerra?
Laura
Io ho provato a leggerlo un paio di volte, la prima l’ho lasciato stare e la seconda l’ho finito un po’ a fatica… Eppure mi è piaciuto. Però trovo che per leggerlo e apprezzarlo appieno si debba essere nella condizione d’animo “adatta”, diciamo così.
Io sono dell’idea che ogni libro, letto nel momento giusto,sappia dirci qualcosa. Chissà che in futuro, tu non trovi una risposta in quello che hai già letto😊
Bella questa edizione
Io al contrario l’ho amato subito, fin dai tempi del liceo, sempre considerato un capolavoro, per di più molto divertente