Ciao a tutti, sono Laura e oggi parlo di Shakespeare o, meglio, provo a parlarne.
Ho preso tra le mani questa commedia incuriosita dalla copertina che, con un contrasto netto tra sfondi d’epoca e caratteri moderni, sembrava voler anticipare la complessità delle maschere umane che avrei incontrato tra le pagine.
“Molto rumore per nulla” di William Shakespeare è una delle opere più celebrate, ma costantemente fraintesa nella sua reale profondità. Il titolo originale, “Much Ado About Nothing”, rivela una fitta rete di significati nascosti e giochi di parole che purtroppo la traduzione italiana fatica a restituire appieno. Nella pronuncia elisabettiana, infatti, la parola nothing si legava strettamente al verbo noting, che significa notare, osservare, spiare o origliare, trasformando il testo in una monumentale riflessione su come la realtà possa essere manipolata attraverso l’ascolto furtivo e il fraintendimento delle parole.
Quando ci si approccia a un testo del genere, viene spontaneo chiedersi se abbia senso soffermarsi sul colophon, sulle note del traduttore o sulle introduzioni critiche prima di immergersi nella storia. E la mia risposta da lettrice accanita è assolutamente sì, perché comprendere che l’opera è stata scritta sul finire del sedicesimo secolo, precisamente tra il 1598 e il 1599, in un momento di transizione profonda tra i retaggi del Medioevo e le spinte della modernità, aiuta a decodificare ogni singola riga.

Ci troviamo in una Messina idealizzata e quasi utopica che per l’autore rappresentava un luogo puramente femminile e pacifico, ben lontano dalle logiche sanguinarie delle sue tragedie storiche, dove all’improvviso irrompe l’esercito vittorioso di don Pedro, principe di Aragona, carico di testosterone e di quell’orgoglio mascolino che crea immediatamente uno sconvolgimento dell’ambiente circostante.
La trama si dipana su due binari paralleli che si specchiano e si scontrano continuamente, mostrando da un lato la coppia giovane e apparentemente idilliaca formata da Claudio ed Ero, e dall’altro il legame aspro e scintillante tra Beatrice e Benedetto, che si fanno una guerra spietata a colpi di battute e sarcasmo.
Claudio si rivela fin da subito un personaggio fragile e insicuro: è un giovane ufficiale che non sa colmare il vuoto emotivo lasciato dalla fine della guerra se non idealizzando la figura femminile, per poi sprofondare nel dolore più oscuro e violento non appena il bastardo don John architetta un inganno infame, accusando Ero di non essere casta.
La scena del matrimonio mancato, consumata proprio in chiesa davanti a tutta la comunità cittadina, è uno dei momenti più feroci e umilianti dell’intera produzione teatrale dell’epoca, con Claudio che lancia letteralmente la ragazza contro il padre, paragonandola a un’arancia marcia, e l’intera società che si fa contagiare da una falsa notizia fino a distruggere la reputazione e la vita stessa della giovane. Questa dinamica mi ha ricordato moltissimo certi meccanismi di linciaggio mediatico contemporaneo, e mi ha fatto riflettere su come la vista e l’udito possano essere facilmente ingannati se l’animo umano è già predisposto a credere al peggio, a causa della paura ancestrale del tradimento e della perdita di controllo.
Mentre Ero subisce passivamente questa violenza (per poi darsi da fare attraverso una finta morte guidata dall’astuto frate Francesco per indurre il suo promesso sposo al pentimento), la vera rivoluzione psicologica avviene nella linea narrativa secondaria che vede protagonisti Beatrice e Benedetto. Loro sono due individui colti e straordinariamente moderni, ma completamente imprigionati nell’immagine pubblica che si sono faticosamente costruiti per difendersi dalla paura profonda di lasciarsi andare e di mostrarsi vulnerabili di fronte all’amore. Benedetto si professa uno scapolo impenitente terrorizzato dalle corna, mentre Beatrice incarna una forma di femminismo ante litteram che rifiuta di sottomettersi a un pupazzo di terracotta fatto di fango e creta. Eppure entrambi capitombolano nel sentimento grazie a un inganno benevolo ordito dai loro stessi amici, che li costringono ad ascoltare ciò che il loro orgoglio vietava di vedere.
C’è un momento magico e sospeso, dopo la drammatica scena della chiesa, in cui i due si ritrovano soli e Benedetto confessa il suo amore rompendo gli indugi, ricevendo in cambio la richiesta sconvolgente di uccidere Claudio per vendicare l’onore della cugina; una prova suprema che costringerà l’uomo ad abbandonare la cultura cameratistica dei soldati per diventare finalmente adulto e responsabile.
Questa transizione mi ha spinta a guardare indietro alle mie letture passate e a come l’idealizzazione romantica derivata dalla tradizione di Petrarca – a partire da quel fatidico incontro ad Avignone nel 1327 – abbia pesato sul nostro modo di intendere i rapporti sentimentali, obbligandoci spesso a inseguire cliché precostituiti anziché inventare un nostro più intimo sentire.
Il finale della commedia, con il ripescaggio delle poesie d’amore scritte segretamente dai due protagonisti, dimostra che la parola è aria e alito che si disperde, ma diventa vitale quando serve a svelare la verità del cuore. È affascinante notare come la salvezza dell’intera comunità messinese non arrivi dai dotti o dai nobili, ma dalle guardie sempliciotte guidate dal memorabile Dogberry, che pur invertendo continuamente il significato dei vocaboli possiede l’intuito naturale della brava gente.
Questa lettura ha stimolato in me un profondo desiderio di approfondire lo studio delle dinamiche psicologiche di gruppo, applicabili anche ai miei progetti di scrittura e alle mie riflessioni sulla comunicazione contemporanea.
Vi lascio alcuni spunti di riflessione:
In che misura l’immagine pubblica che costruiamo sui social o nelle relazioni quotidiane agisce come la maschera di Beatrice e Benedetto, impedendoci di vivere con autenticità i nostri sentimenti più profondi?
La violenza psicologica subita da Ero a causa di una falsa notizia dimostra la fragilità dell’opinione sociale. Come possiamo oggi difendere la verità emotiva e fattuale in una società costantemente nutrita dal sospetto e dal pettegolezzo?
Se la parola è solo apparenza e aria che si disperde, come sostengono alcuni passaggi dell’opera, in quale spazio non verbale si costruisce la vera fiducia tra due persone?
Laura
Molto interessante, pensare che ho un diploma di maturità di liceo linguistico ma abbiamo perso un anno di inglese proprio quando dovevamo studiare Shakespeare mi dà sempre molto fastidio
Sì, la scuola spesso causa dei “traumi” difficili da digerire