“Quel che resta del giorno” di Katsuo Ishiguro

Ciao a tutti, sono Laura. Mi ritrovo qui, tra le pagine che hanno accompagnato i miei pensieri nell’ultima settimana, con addosso una strana e dolcissima stanchezza.
Ho letto “Quel che resta del giorno” di Katsuo Ishiguro sorseggiando un tè che puntualmente diventava freddo: mi perdo nei paragrafi e il mondo intorno smette di esistere. È una pessima abitudine, lo so, eppure mi sono resa conto di quanto il tempo della lettura possa dilatarsi quando ci si scontra con una scrittura così misurata, nella sua apparente semplicità.
Pubblicato nel 1989, questo romanzo ha consacrato Ishiguro quale maestro dell’implicito. La storia segue il viaggio in automobile che Stevens, maggiordomo di vecchio stampo, intraprende attraverso la campagna britannica nel 1956. Ma il vero itinerario non attraversa lo spazio, bensì il tempo e la memoria. Ishiguro modella una struttura narrativa fondata su continui flashback, dove la voce di Stevens — controllata, devota a un’idea sacrale di dignità professionale — filtra il tramonto di un’epoca e di una classe sociale.
Il meccanismo brillante dell’opera risiede negli slittamenti impercettibili tra ciò che il protagonista dichiara e ciò che, disperatamente, tenta di tacere a se stesso. È un’analisi psicologica devastante sul compromesso nealcessario alla sopravvivenza. Proprio nel mezzo del cammino (semicit. al sommo poeta), Stevens si concede una riflessione che mi ha costretta a posare il libro: «Non vi è merito alcuno nel rimanere aggrappati alla tradizione esclusivamente per il gusto di farlo». È un momento di una lucidità spiazzante. Proprio lui, che ha fatto della tradizione una corazza — o forse una maschera — ammette l’inevitabilità del cambiamento.
Eppure, emerge una punta di sottile ironia: Stevens riconosce la necessità di adattarsi, ma lo fa con una riluttanza quasi fisica. È lo stesso sentimento che provo io quando trascuro un’abitudine consolidata; pensate alla fatica di passare da un’agenda cartacea, densa di scarabocchi e scontrini dimenticati tra le pagine, a un asettico calendario digitale. Nelle cose più pratiche della vita, però, ho fatto mio da tempo un insegnamento di mio nonno ossia abbracciare sempre il cambiamento quando porta un vantaggio. E questo sembra strano se detto da un anziano, vero?



Tornando a Stevens, però, per lui non si tratta di logistica, ma di concezione di sé e dell’anima. Cambiare significa ammettere che il mondo di Lord Darlington è crollato e, con esso, il senso del servizio impeccabile che ha giustificato un’intera esistenza.
Il suo viaggio solitario trasuda malinconia a ogni miglio. I personaggi, in particolare nel rapporto mancato con la governante Miss Kenton, appaiono tratteggiati con una delicatezza che fa male.

La scena della lampada e dell’ombra in corridoio racchiude tutto il non-detto di una vita ossia l’incapacità di afferrare la felicità perché troppo occupati ad adempiere alla morale del dovere, mi ha fatto riflettere sulla nostra tendenza moderna a iper-performare, a essere impeccabili nei ruoli che ricopriamo — dal lavoro ai profili social perfettamente curati — dimenticando che la vita accade spesso in quegli attimi che non riusciamo a vedere .

La chiusura del libro mi lascia un’ambivalenza di impressioni, se da un lato la profonda tenerezza per quest’uomo che cerca di convincersi che quel che “resta del giorno” possa ancora offrire qualche momento di gioia; dall’altro, un senso di soffocamento per tutto quel potenziale umano rimasto inespresso sotto il peso delle convenzioni.

È una lettura che tiene sempre un tono pacato, ma affronta temi che continuano a sussurrare per giorni, come un rimpianto che non sapevamo di avere.

Ora alcuni spunti per la riflessione:
Fino a che punto la dedizione a un ideale o a una professione può giustificare l’annullamento dei desideri personali? Esiste un limite oltre il quale la dignità si trasforma in prigione? Mi chiedo inoltre se la memoria sia uno strumento di verità o, piuttosto, una strategia di sopravvivenza necessaria a sopportare il presente: Stevens ricostruisce il passato proprio per proteggersi dal dolore. Infine, resta il dilemma del distacco: lui parla di abbandonare le consuetudini del passato, ma sembra incapace di farlo davvero. Qual è la tradizione o l’abitudine da cui fate più fatica a staccarvi, anche quando sapete che non vi serve più?

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Laura

Un pensiero riguardo ““Quel che resta del giorno” di Katsuo Ishiguro

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  1. Io faccio un’enorme fatica ad abbracciare il cambiamento. Questo perché nella mia vita ha spesso fatto rima con peggioramento, anche quando sembrava praticamente sicuro che sarei andato a migliorare. Ergo, in me si è sviluppata una vera e propria fobia per i mutamenti: fosse per me non cambierebbe mai niente, neanche le cose più banali, perché anche il più piccolo mutamento mi destabilizza.

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