“Vita stregata” di Diana Wynne

Ciao a tutti, sono Laura! Oggi voglio parlarvi di una lettura che è stata un piccolo viaggio nel tempo iniziato in un modo un po’ nostalgico, come spesso accade quando ci si lascia cullare dai ricordi: qualche sera fa, facendo zapping, mi sono imbattuta in una replica di Streghe, la serie TV che ha letteralmente “stregato” (perdonatemi il gioco di parole scontato!) la mia infanzia.
In lingua originale il titolo è Charmed, letteralmente ammaliato un termine che adoro perché racchiude una sfumatura ambivalente: essere vittima di una malia, certo, ma anche essere profondamente affascinati, quasi intrappolati in una bellezza da cui non ci si vuole liberare.
Spinta da questa piccola suggestione, sono inciampata nella “Biblioteca di Topolino” e ho scelto in un classico del 1977 che non leggevo da una vita: “Vita stregata” di Diana Wynne Jones, il titolo originale è proprio “Charmed Life”.

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Siamo di fronte al primo volume della serie di Chrestomanci. L’autrice, nata nel 1934 e cresciuta accademicamente con la guida di giganti come J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, ha saputo mescolare l’influenza del fantasy epico con una capacità innata di parlare ai bambini senza mai sottovalutarli. Diana Wynne Jones diceva spesso che, quando iniziò a scrivere, stava semplicemente dando forma alla magia che aveva inventato per “sopravvivere” alla sua stessa vita (una sensazione che chiunque ami rifugiarsi nei libri conosce bene). Leggendolo oggi, nel 2026, il dubbio sorge spontaneo: non sarà stata proprio lei a piantare i semi che anni dopo avrebbero fatto fiorire il fenomeno di J.K. Rowling? Io ho trovato tanti richiami.



Il romanzo ci proietta in un’Inghilterra del XIX secolo alternativa, dove la magia è un elemento concreto e quasi burocratico della struttura sociale. Il narratore è esterno, ma il punto di vista è quello del protagonista, il piccolo Eric — per tutti Micio — che ci conduce attraverso una vicenda dall’andamento inizialmente classico: lui e la sorella  rimangono orfani dopo un incidente.

È una dinamica ricorrente nella narrativa per l’infanzia (penso ai toni di Dickens o a certe asprezze di Roald Dahl) quello delle figure di riferimento distanti e incapaci di essere guide educative, esempi di vita o ancore affettive.

Al centro della scena c’è il rapporto sbilanciato tra Micio e sua sorella Guendalina. E qui l’analisi psicologica della Jones si fa tagliente: Micio vive costantemente in ombra, schiacciato dalla personalità della sorella, considerata da tutti una giovane strega prodigio. Guendalina è bellissima, dotata, ma anche (forse per colpa del trattamento di favore che ha sempre ricevuto) terribilmente viziata ed egocentrica.

L’autrice inserisce una riflessione che mi ha fatto posare il libro per un istante: «Se una persona ha un dono naturale, è suo diritto svilupparlo». Sembra un’affermazione corretta, quasi un inno all’autodeterminazione, eppure nel libro vediamo come una crescita circondata solo da lodi possa trasformare quel dono in una forma di prepotenza sociale.

Micio, d’altro canto, incarna una malinconia silenziosa con la sua consapevolezza di essere “il fratello meno visibile”. Questo non lo spinge alla ribellione, ma a una rassegnazione tale da non risultargli nemmeno dolorosa.
C’è una frase, detta da Chrestomanci che mi ha stretto il cuore: «Mi domando se ci si possa fidare di te» a cui lui risponde placidamente «nessuno lo ha mai fatto». Ma non perché sia inaffidabile, ma perché nessuno ha mai pensato di poter ricorrere alla sua fiducia, come un invisibile.
È la condizione di chi sa che il mondo non ha bisogno di lui.

Mentre leggevo, non ho potuto ignorare gli echi continui di quello che sarebbe diventato il mondo di Hogwarts. Le similitudini mi sono spesso sembrate così chiare da farmi dubitare della completa originalità di una saga esplosa vent’anni dopo:
1. L’ambientazione: Una scuola-castello circondata da un bosco magico che ricorda prepotentemente la Foresta Proibita.
2. L’arredamento: Vetrate animate nelle aule che interagiscono con gli studenti (proprio come i quadri di Hogwarts).
3. I personaggi: Guendalina mi ricorda, nel carattere, Dudley Dursley, con gli aspetti più negativi esacerbati da una cattiva educazione ma con la frustrazione bruciante di non essere lui quello “speciale”.
4. La società magica: regolata dalla legge che impone limiti e segretezza.
5. L’idea della vita racchiusa negli oggetti: in nove fiammiferi quella di Micio, ma il richiamo al concetto degli Horcrux è chiaro.
6. Persino la profezia iniziale, pronunciata da una veggente ciarlatana con una voce diversa da quella abituale, fa eco a quella del prescelto di Sibilla Cooman.

“Vita stregata” mi ha dato la sensazione di “già visto” ma al rovescio. È una scrittura lucida, a tratti spietata nel mostrare le storture dei favoritismi familiari, e intrisa di una magia che non serve a risolvere i problemi, quanto a esasperarli per costringerci a guardarli in faccia. Mi è piaciuto ritrovare questa “materia prima” del fantasy moderno, ancora grezza, onesta e priva di eccessivi orpelli commerciali. È un romanzo che parla di come l’identità non sia un abito cucito dagli altri, ma una scoperta che avviene spesso nel silenzio, lontano dalle luci della ribalta.


Alcuni spunti per estendere la riflessione:
– Il peso del talento: Credete che un “dono naturale” giustifichi un carattere prepotente o pensate che l’educazione debba sempre bilanciare l’eccezionalità con l’umiltà? Dove finisce il merito e dove inizia l’arroganza?
– L’ombra dei fratelli: Micio accetta la sua invisibilità con una rassegnazione quasi filosofica. Vi è mai capitato di sentirvi “in disparte” all’interno della vostra famiglia, della scuola, del lavoro o di un gruppo sociale?
– Originalità vs Influenza: Notando queste incredibili somiglianze con Harry Potter, quanto pensate che conti l’ispirazione da autori precedenti rispetto alla creazione di qualcosa di “nuovo” nel fantasy contemporaneo e nella letteratura in generale?


Fatemi sapere nei commenti se conoscevate già la serie di Chrestomanci e se, come me, vi sembra un déjà-vu letterario.

Laura

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