Ciao a tutti, oggi ho bisogno di una vera e propria terapia di gruppo.
Vi confesso che, tra thriller serrati, saggi sociologici e romanzi giapponesi densi di silenzi aggraziati, la mia mente poteva annodarsi su tante trame mela è andata a schiantarsi su una serie televisiva che per quindici stagioni ci ha proposto demoni, camicie di flanella e un legame fraterno logorante oltre ogni limite.
Qualche sera fa ho ritrovato una vecchia fotografia che ritrae me e mia sorella, rannicchiate sul divano sfondato mentre mangiamo la pizza fatta dalla mamma e guardiamo Sam e Dean Winchester rischiare l’anima per l’ennesima volta.
Eravamo ragazzine, eravamo felici.
Siamo letteralmente cresciute insieme ai due cacciatori, ogni stagione più grandi e con nuovi problemi.
Ma la vera mazzata nello stomaco è arrivata quando ho ripensato all’ultima stagione, che ho dovuto guardare in solitaria. Elena ormai vive in un’altra casa e comunque quel divano non esiste più. Mentre i due fratelli andavano incontro al loro destino finale, io fissavo lo schermo riflettendo su quanto sia doloroso e inevitabile l’allontanamento in età adulta.
Supernatural non ha mai riguardato solo i mostri; è stata una prova dei legami familiari, un appuntamento fisso che ha scandito la giovinezza attraverso una magia unica che oggi sembra appartenere a un’epoca geologica lontanissima.
Era il tempo dei palinsesti rigidi e delle lunghe stagioni da ventidue episodi all’anno che si dipanavano settimana dopo settimana. Oggi le piattaforme digitali scaricano intere serie in un solo istante, alimentando l’ingordigia del binge watching e consumando tutto in un fine settimana, ma allora l’attesa era il cuore stesso dell’esperienza. Quell’attesa di sette giorni tra un episodio e l’altro si trasformava in uno spazio sacro. Io e mia sorella trascorrevamo i pomeriggi a commentare l’ultima puntata, a elaborare teorie strampalate e a immaginare come i protagonisti si sarebbero salvati dall’ennesimo vicolo cieco. Si creava un legame profondo con la storia proprio perché il tempo della narrazione coincideva con quello della nostra vita. Abbiamo visto Sam e Dean invecchiare, cambiare e accumulare cicatrici mentre noi facevamo esattamente lo stesso, passando dall’infanzia all’adolescenza e infine all’età adulta, lungo un percorso lento e condiviso che rendeva quei legami finzionali incredibilmente reali.
Nei primi anni dello show la fotografia era sporca, desaturata, quasi un neo-noir rurale incentrato sulle leggende metropolitane americane. I protagonisti si muovevano in un’America della classe operaia dimenticata, dormendo in motel da quattro soldi con carta da parati kitsch e teste di cervo finte. Il rombo della loro Chevrolet Impala del 67 non era un semplice effetto sonoro, ma una nota bassa costante che cullava i loro viaggi e i nostri pomeriggi sul divano.
Poi la serie è diventata un culto immortale, prolungandosi ben oltre la quinta stagione — dove Eric Kripke avrebbe voluto chiudere la storia con l’Apocalisse — e addentrandosi in un dramma cosmico fatto di angeli e universi paralleli che ha progressivamente smarrito la meravigliosa estetica analogica degli esordi.
Sam e Dean non sono eroi tradizionali, ma due sopravvissuti a un gravissimo disturbo da stress post-traumatico causato da un padre che ha ridefinito il concetto di genitorialità tossica, addestrando due soldati invece di crescere due figli. Dean è l’eterno genitore interiorizzato, intrappolato in un ciclo di co-dipendenza con il fratello minore, mentre Sam rappresenta la spinta verso la modernità, colui che cerca disperatamente di spezzare le catene del trauma andando all’università e inseguendo una vita normale. Siamo davanti a una riscrittura moderna del mito di Caino e Abele rovesciato: invece di uccidersi per invidia, i fratelli Winchester sono pronti a condannare l’umanità intera alla dannazione pur di non lasciarsi andare. Quando le ultime stagioni esasperano questo dramma, portandoli a combattere letteralmente contro Dio, la narrazione collassa sotto il peso del suo stesso nichilismo e il libero arbitrio diventa una barzelletta, spegnendo quella freschezza originaria che ci faceva amare anche il mostro della settimana.
Anche quando la trama ha iniziato a mostrare i segni del tempo, trasformando l’universo in un palcoscenico surreale e abbandonando le strade polverose per la fredda asetticità del Bunker degli Uomini di Lettere, io e mia sorella siamo rimaste lì, fedeli a quel rito settimanale che proteggeva la nostra complicità. Il valore di quelle quindici stagioni risiede interamente nei ricordi indimenticabili che custodiscono. Rappresentano lo specchio nostalgico di un modo di vivere la televisione e gli affetti che non tornerà più, un’epoca in cui si cresceva insieme ai propri eroi. Ci mostra che diventare grandi significa a volte dover scendere da quella macchina, salutare i compagni di viaggio e imparare a camminare da soli, lasciando che i pomeriggi passati a guardare lo schermo rimangano custoditi tra i ricordi più preziosi della nostra vita.
Laura
Spesso, una serie ci resta nel cuore per motivi personali, anche quando perde lustro o ispirazione. 💛
Esatto, ed è triste quando se ne approfittano
Le ultime stagioni sono invecchiate davvero male, e secondo me sarebbe stato meglio chiuderla con l’Apocalisse…
Certo, 22 episodi per stagione ora sembrano davvero moltissimi a guardare le serie tv di ora, che ne hanno più o meno una decina…
Una curiosità: l’ultima stagione non sono mai riuscita a finirla…
Si, hanno allungato il brodo perdendo di qualità… Peccato. Come spesso accade hanno fatto affidamento sull’affezione del pubblico
Belline siete ❤️ La serie non l’ho ancora vista