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Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi di una lettura che mi ha scosso, un viaggio intenso e a tratti doloroso che ho concluso proprio in questi giorni di fine maggio. Il libro in questione è rimasto nei miei pensieri ben oltre il tempo passato a sfogliarne le pagine.
Sto parlando de “Il colore viola” di Alice Walker, un romanzo del 1982 che l’anno successivo è stato consacrato dal Premio Pulitzer (un riconoscimento quanto mai meritato per un’opera che scava così a fondo nella vita americana, e in particolare in quella della comunità nera). Avevo delle aspettative altissime, lo ammetto, alimentate dalla fama della sua trasposizione cinematografica, ma trovarsi davanti al testo scritto è stata un’esperienza completamente diversa, più ruvida e viscerale.

L’impatto con il libro comincia già dalla prefazione dell’autrice, una premessa potentissima che non si può assolutamente saltare. Lì, la Walker mette subito le carte in tavola con una spietata disamina della genesi degli Stati Uniti, ricordandoci come questa nazione sia stata letteralmente edificata sull’oppressione e sull’annientamento: da un lato lo sterminio sistematico degli indiani d’America, dall’altro la deportazione degli schiavi africani. È un quadro in cui l’ambiente naturale viene piegato alle necessità umane (diventando lo sfondo di imponenti coltivazioni di riso, cotone, mais, proprio come ho approfondito di recente leggendo un saggio sul tema) e gli esseri umani vengono ridotti a pura “forza lavoro gratis”. La Walker descrive con lucidità come gli schiavi venissero prelevati dai “castelli” sulle coste africane, spogliati del loro vecchio nome, convertiti a forza al cristianesimo e, cosa forse più subdola, separati e mescolati deliberatamente per evitare che potessero comunicare, stringere relazioni e organizzare una resistenza. Eppure, nonostante questo tentativo di azzeramento identitario, quelle persone portavano con sé competenze straordinarie — sapevano coltivare, lavorare l’argilla, creare dal nulla — che sono diventate indispensabili per la nascita del Paese.
In questo contesto storico e geografico così denso — siamo nella prima metà del XX secolo — si sviluppa la storia della protagonista. Strutturalmente, il libro adotta la forma del romanzo epistolare: la voce narrante, una ragazzina di appena 14 anni all’inizio della storia, scrive lettere direttamente a Dio, e solo in un secondo momento alla sorella. Il ritmo e lo stile della narrazione ricalcano in modo perfetto la mente e l’evoluzione di questa giovane donna: la scrittura è inizialmente frammentaria, non molto istruita, eppure incredibilmente facile da seguire nella sua disarmante schiettezza. I fatti personali si muovono in contemporanea alla grande Storia, creando un andamento narrativo unico. Durante la lettura, mi è venuto spontaneo tracciare un parallelismo con “La capanna dello zio Tom“: il collegamento mi è parso quasi immediato per il modo in cui viene affrontato il tema della fede e dell’emancipazione attraverso la parola. Lì abbiamo Tom, un convertito vero che studia la Bibbia e impara a leggere proprio per quello; qui, invece, assistiamo a una rivoluzione teologica e personale ancora più profonda.
Il cuore pulsante del romanzo, a mio avviso, risiede proprio nella decostruzione e ricostruzione del concetto di spiritualità. C’è un passaggio meraviglioso in cui Dio viene finalmente inteso non più come la classica “immagine antropomorfa” (il vecchio con la barba bianca ereditato dall’iconografia occidentale e coloniale), bensì come il “tutto”. Un’entità immanente che dà gioia e che trae soddisfazione dal nostro stesso benessere.
Ed è qui che io ho dato un significato (personalissimo) al titolo: il colore viola non è una scelta casuale, ma rappresenta la sintesi perfetta (la somma di rosso, giallo e blu) di questo “Tutto”, la manifestazione visibile di quel concetto di Dio che risiede nella bellezza della natura e della vita.
Accanto alla questione spirituale, la Walker affronta con ferocia la condizione femminile, mostrando come il patriarcato e la violenza non risparmino nessuna donna: nel romanzo le donne sono sistematicamente maltrattate, siano esse nere o bianche. C’è una frase che mi ha raggelato il sangue, in cui si dice esplicitamente che le mogli vanno battute — anzi, “mazzate come si deve” — per farle stare al loro posto. In questo inferno di abusi, la salvezza della protagonista passa attraverso i legami femminili. Da un lato il rapporto con la sorella, che col tempo si sostituisce persino al rapporto con Dio (le lettere saranno poi indirizzate a lei, ricevendone risposta); la sorella, più istruita, si reca in Africa per fare volontariato, un’esperienza che la elettrizza e che la mette in contatto con popoli come gli Olinka e gli Mbele. Dall’altro lato c’è l’incontro con Shug Avery, descritta come una vera e propria “Ape Regina”. Per la protagonista, Shug rappresenta la rivelazione di un mondo completamente nuovo: incarna un desiderio inespresso e, soprattutto, offre risposte a domande intime che la ragazza non sapeva nemmeno formulare.
Nonostante la potenza di questi legami e la bellezza della rinascita della protagonista, la conclusione del libro mi ha lasciato addosso una sensazione profondamente complessa e ambivalente. Si tratta di un romanzo talmente particolare che sentivo potesse svilupparsi in mille modi diversi. Se devo essere del tutto onesta con voi, avrei preferito che la narrazione evolvesse verso un romanzo di formazione puro, focalizzato sul riscatto e sulla crescita interiore; invece, l’opera devia e si assesta più su una cronaca tragica, lasciandomi un retrogusto di parziale delusione per come sono state gestite le battute finali. Resta, in ogni caso, un pilastro letterario imprescindibile.
Questo focus sulla resilienza femminile e sulle gabbie sociali che le donne si trovano a dover scardinare mi accompagnerà anche nella mia prossima lettura. Ho già sul comodino “Vox” di Christina Dalcher, una distopia che esplora proprio il silenzio forzato imposto alle donne, e sono davvero curiosa di vedere come questo tema si declinerà in chiave moderna.
Ma ora la parola passa a voi. Se avete letto “Il colore viola”, o se avete voglia di confrontarvi su questi temi, vi lascio con alcuni spunti di riflessione:
Alcuni spunti di riflessione:
1. Come interpretate la trasformazione dell’idea di Dio della protagonista da entità giudicante a “Tutto”? Vi è mai capitato che una lettura cambiasse la vostra prospettiva spirituale?
2. La violenza di genere nel romanzo attraversa barriere etniche e sociali. Credete che la solidarietà femminile rappresentata nel libro (come il legame con Shug o con la sorella) sia l’unica vera chiave di lettura per la salvezza dei personaggi?
3. Cosa ne pensate della scelta della struttura epistolare per dar voce a un personaggio inizialmente poco istruito? Ha reso il racconto più autentico o, come è successo a me nella conclusione, ne ha limitato lo sviluppo?
Vi aspetto nei commenti!
Laura
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