“La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe

Ciao a tutti, sono Laura. Oggi vorrei parlarvi di un libro che occupa la libreria di tanti di noi, in modo ingombrante ma spesso passa inosservato. È impolverato ma, a tratti, molto attuale. Sto parlando di “La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe.
Mi sono avvicinata a questa lettura in modo assolutamente premeditato, decisa a scoprire una narrazione della schiavitù contemporanea ai fatti.



Mi sono trovata davanti a un romanzo scritto con un linguaggio alto, a tratti complicato, tipico di una traduzione d’altri tempi che però restituisce tutta la solennità dell’opera.
Pubblicato nel 1852 con il sottotitolo meno noto “La vita tra gli umili”, questo romanzo è un tassello fondamentale non solo della letteratura, ma della storia stessa. Si dice che Abraham Lincoln, incontrando l’autrice, l’abbia definita “la piccola signora che ha scatenato questa grande guerra” (riferendosi alla Guerra Civile americana). È un aneddoto falso, ma rende l’idea della potenza di questa denuncia letteraria, è incredibile pensare a come un racconto nato a puntate sia riuscito a scuotere le coscienze partendo dalle dinamiche domestiche.
L’opera si apre con una scena forte ossia la vendita di Tom. Qui la Stowe mette subito a nudo le contraddizioni umane: da un lato Tom, lo schiavo convertito e profondamente affidabile; dall’altro il padrone, un “gentiluomo” che mette le proprie difficoltà economiche davanti alla vita di chi gli è stato fedele. È un mondo di maschere, dove l’apparenza e l’abbigliamento diventano simboli potentissimi. Mi ha colpito molto come l’abito faccia davvero il monaco in queste pagine, dal commerciante di schiavi grottescamente atteggiato a gentiluomo fino allo schiavo che indossa i vestiti di St. Clare mi hanno fatto pensare, per contrasto, alla crescita simbolica di Rossella O’Hara legata allo sfarzo dei suoi abiti. È una continua rappresentazione esteriore del sé che maschera una povertà morale o, al contrario, una dignità negata.
Ma il vero cuore del libro risiede nell’analisi sociale e nel trattamento del “diverso” con un’ipocrisia che travalica i secoli, mentre il Nord promuove la liberazione ma considera i neri inferiori, il Sud li considera quasi parte della famiglia, ma continua a vederli come una “proprietà”. E poi ci sono le donne. Ho trovato deliziosamente ironico che Eliza scappi prima del marito, che pure lo desiderava da tempo. Le donne qui sono il motore morale: spesso escluse dalla politica ufficiale, sono le uniche capaci di vedere le persone dove gli uomini vedono solo “merce”.
I parallelismi letterari che mi sono venuti in mente durante la lettura sono infiniti. Dalla pietà che Lucia suscita nell’Innominato dei “Promessi Sposi” (simile alla tenerezza che la moglie del Senatore risveglia in lui), fino a “I Miserabili” di Victor Hugo. E non posso non citare “L’ultima fuggitiva” di Tracy Chevalier o “Sugar Money” di Jane Harris per il tema della “ferrovia sotterranea” e dei “Cimarrones”, gli schiavi fuggiaschi che si rifugiavano sulle montagne.
La conclusione del romanzo è carica di una morale cristiana che quasi suggerisce un lieto fine, ma lascia addosso una sensazione ambivalente. C’è la redenzione di Topsy grazie a Miss Ophelia, ma c’è anche il dolore impotente per la morte della piccola Eva. È una lettura che “piega e torce” la religione per scopi politici o interiori, mostrandoci come la fede possa essere sia uno strumento di indottrinamento che un rifugio per l’anima.
Mi ha lasciato una sensazione persistente: l’idea che, nonostante i secoli, quel concetto di “aiutiamoli a casa loro” (il desiderio di rimandarli in Africa dopo averli liberati oppure di inviare aiuti “al loro paese”) sia ancora un fantasma che si aggira nella nostra società. Come dice St. Clare, forse davvero in Africa si compirà il destino di chi è stato “ultimo”.
Alcuni spunti di riflessione:
1. Nel romanzo, l’abbigliamento è una “maschera” sociale. Quanto pensate che oggi la nostra identità sia ancora legata a ciò che indossiamo e a come vogliamo apparire agli occhi della “controparte”?
2. Il dilemma del senatore mette in luce il conflitto tra legge scritta e legge del cuore. In una società moderna, è mai giustificabile infrangere la legge per un fine umanitario superiore?
3. La Stowe usa il sentimentalismo per scuotere le coscienze. Credete che oggi la letteratura abbia ancora il potere di influenzare la politica e l’opinione pubblica in modo così radicale?

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Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti, sono curiosa di leggere le vostre riflessioni su questo classico così controverso e potente.
Un abbraccio,
Laura

5 pensieri riguardo ““La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe

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    1. Me lo ha detto anche mio cugino Manuel che a volte spunta qui sul blog con qualche recensione. Sono andata a cercarlo su YouTube perché io non ne sapevo nulla ed effettivamente mi pare parecchio controverso. All’epoca sicuramente non veniva percepito come appare a noi adesso e forse questo è ancora più scioccante delle tematiche esposte.

      1. Sul secondo blog ho parlato dei trigger warning e della censura quindi sì, forse è meglio che questo film Disney non resti disponibile per le generazioni future

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