Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi porto con me tra le pagine di una lettura che mi è arrivata dritta nella casella di posta.
Ho ricevuto da HarperCollins l’anteprima di un romanzo in uscita l’8 aprile, “Un nido sicuro” di Roisín O’Donnell, e non ho resistito alla tentazione di immergermi subito nell’estratto allegato.
Prima di lasciarvi alle suggestioni della trama, voglio soffermarmi su alcuni dettagli che rendono questo oggetto-libro particolarmente interessante, partendo da ciò che vediamo subito: la copertina. L’immagine scelta da HarperCollins per l’edizione italiana ha una forza visiva straordinaria. Troviamo una figura femminile con due bambini, tra gli scogli con il vento che scompiglia i capelli e scuote i vestiti. È un’immagine che trasmette una solitudine immensa, ma non rassegnata; c’è una postura di attesa, quasi di sfida verso gli elementi naturali.
Interessante è anche riflettere sul titolo originale, che è Nesting. In inglese, il termine ha una sfumatura molto più attiva e dinamica rispetto al nostro “Un nido sicuro”. Nesting è il “fare il nido”, è l’azione istintiva degli uccelli (e degli esseri umani) di preparare uno spazio accogliente e protetto. Se il titolo italiano pone l’accento sul risultato sperato (la sicurezza), quello originale sottolinea il processo, la fatica e la necessità biologica di costruirselo, quel posto. È un gerundio che indica un movimento in corso, una ricerca che non si è ancora conclusa e trovo che questa sfumatura renda giustizia alla precarietà vissuta da Ciara tra hotel e sistemazioni di fortuna.

Un plauso va fatto anche alla presenza del logo di Literature Ireland. Per chi non lo sapesse, è l’ente nazionale per la promozione della letteratura irlandese all’estero. Il fatto che questo libro abbia ricevuto il loro supporto è un marchio di garanzia. Significa che l’opera è stata riconosciuta come una voce significativa della narrativa contemporanea dell’Isola di Smeraldo, capace di esportare non solo una storia, ma un pezzetto di identità e di problematiche sociali (come la crisi abitativa di Dublino) che sono ferite aperte nel tessuto irlandese odierno.
Infine, non posso non ammirare la citazione iniziale che apre il volume, tratta da Mother Ireland della poetessa Eavan Boland:
«Così ho potuto raccontare la mia storia
era diversa
dalla storia raccontata di me».
Questi versi sono un manifesto politico ed esistenziale. Boland è stata una voce fondamentale nel restituire dignità e soggettività alle donne irlandesi, spesso relegate a simboli muti della nazione o della famiglia. Inserire questa citazione in apertura significa dichiarare l’intento del romanzo: Ciara non è più la “vittima” o la “moglie di” nella narrazione distorta del marito manipolatore. Riprendersi la propria storia, raccontarla con le proprie parole e non attraverso quelle degli altri, è il primo, vero atto di liberazione. È il momento in cui la voce smette di tremare e diventa testimonianza.
Il romanzo, tradotto con maestria da Beatrice Masini, ci introduce con una delicatezza quasi dolorosa nella vita di Ciara. La struttura narrativa sembra muoversi su slittamenti impercettibili, dove la quotidianità più banale — il parcheggio stretto di una vecchia Micra, i gabbiani che planano come guidati da fili invisibili — diventa il palcoscenico di una tensione che si insinua sottopelle. Ciara ha imparato, suo malgrado, a decodificare il suono della paura: non è solo negli oggetti scagliati a terra o nelle parole che feriscono, ma in quella domanda costante, simile a una mareggiata pronta a travolgere tutto: siamo davvero al sicuro?
Il cuore pulsante di questo romanzo è la ricerca di un luogo — fisico, ma soprattutto psichico — in cui il corpo possa finalmente deporre le armi e rilassarsi. Andarsene, per Ciara, non è solo una fuga da un marito manipolatore, ma un tentativo di ricostruzione identitaria in una Dublino stretta dalla morsa della crisi abitativa. Eppure, proprio in questa precarietà fatta di hotel e notti insonni, emerge il tema centrale che dà il titolo al libro: il “nido”.
Leggendo queste pagine, non ho potuto fare a meno di tracciare un parallelismo con la poetica del nido di Giovanni Pascoli. Per Pascoli, il nido è il luogo ancestrale della protezione, un perimetro sacro che tiene fuori il “male del mondo” e la violenza dell’ignoto. Ma qui, nella prosa di O’Donnell, il nido ha subito una violazione interna; la minaccia non è fuori, è tra le mura domestiche. La fuga di Ciara è, paradossalmente, la ricerca di un nuovo nido che non sia una prigione, ma un grembo. Se in Pascoli il nido è spesso legato al passato e al lutto, qui diventa una proiezione verso il futuro: un nido che si costruisce con fatica, un ramoscello alla volta, accettando l’aiuto di mani tese inaspettate. È un’immagine di resistenza che ho trovato profondamente commovente.
La sensazione finale che mi ha lasciato questo assaggio è una sorta di trepidazione. C’è una lucidità quasi tagliente nel descrivere come la paura modifichi la percezione del tempo e dello spazio. Resta quella punta di angoscia tipica di quando seguiamo qualcuno che cammina sul ciglio di un burrone, ma anche la speranza che quel nido, alla fine, possa essere davvero sicuro. Non vedo l’ora di leggere il resto l’8 aprile per capire se Ciara riuscirà a trovare il suo spazio nel mondo.
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Alcuni spunti di riflessione:
* Il concetto di “nido” implica protezione, ma può trasformarsi in isolamento. Secondo voi, qual è il confine sottile tra un luogo che ci custodisce e uno che ci nasconde dal mondo?
* Ciara impara a riconoscere il “suono della paura”. Credete che il corpo conservi una memoria dei traumi più fedele rispetto alla nostra mente cosciente?
* La crisi abitativa descritta nel libro rende la fuga di Ciara ancora più difficile. Quanto pensate che le condizioni materiali e sociali influenzino la nostra capacità di cambiare rotta e “dare una svolta”?
* Il titolo originale Nesting suggerisce un’azione continua. Vi è mai capitato di sentirvi “in costruzione”, di stare attivamente creando il vostro spazio nel mondo senza sapere ancora se sarà davvero sicuro?
* La citazione di Eavan Boland parla del potere di raccontare la propria storia. Quanto pensate che il modo in cui gli altri ci descrivono condizioni la nostra reale identità?
Laura
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Il cervello, parafrasando Olivander, fa grandi cose, sia belle che brutte. Effetto placebo, nocebo,riflessi psicosomatici, propriocezione ecc..