“La figlia preferita” di Morgan Dick

Ciao a tutti, sono Laura e questo libro mi è arrivato tra le mani perché ho spulciato le novità e la quarta di copertina lo definiva “un’irresistibile commedia velata di malinconia”, ho pensato a qualcosa che mi cullasse tra l’ironia e la tenerezza in un pomeriggio di pioggia. Invece, mi sono ritrovata con una lettura che mi ha lasciato una sensazione decisamente ambivalente, per non dire una lieve ma persistente delusione.
Sto parlando de “La figlia preferita”, romanzo d’esordio di Morgan Dick. Pubblicato originariamente nel 2025 con il titolo originale di “Favourite Daugther” il libro è arrivato freschissimo nelle librerie italiane proprio il 5 maggio di questo 2026. La premessa narrativa ha un impianto quasi classico, da dramma familiare agrodolce: due sorelle che non si conoscono affatto e che vengono inconsapevolmente riunite dall’ultimo, problematico desiderio di un padre decisamente disfunzionale. L’andamento circolare del destino si compie quando la protagonista scopre che, per accedere alla cospicua eredità paterna, dovrà sottoporsi a sette sedute di psicoterapia. La combinazione ironica e crudele? La terapeuta assegnatasi, l’unica figura esclusa dal testamento, è proprio la sorellastra di cui ignorava l’esistenza.
Sulla carta, una splendida costruzione simbolica sul ricongiungimento e sul trauma condiviso. Nella realtà della pagina, però, ho avvertito uno slittamento impercettibile ma fastidioso. Il mio problema con questo genere di storie è che ricerco un realismo che sappia farsi universale attraverso la fantasia, mentre qui l’autrice ha scelto un iperrealismo quasi cronachistico, un attaccamento alla contemporaneità spicciola che mi ha spezzato l’incanto. Trovare riferimenti continui e pedissequi a TikTok, a Instagram, o a piattaforme di rivenduto di usato, mi distoglie dalla dimensione letteraria. Quando leggo della collega cinquantenne prossima alla pensione che si rincantuccia a guardare video ASMR di gente che taglia saponi o organizza frigoriferi, avverto un senso di saturazione. C’è troppa realtà di passaggio, troppa “scenografia del presente” che rischia di invecchiare male e che non lascia respirare la metafora.


Eppure, tra le pieghe di questa narrazione così densa di brand, Morgan Dick dimostra di avere una penna capace di intuizioni psicologiche fulminanti. Penso alla descrizione della protagonista nel suo ruolo di maestra d’asilo. L’autrice la dipinge magistralmente come quella donna dotata della sovrumana pazienza necessaria a infilare ventisei paia di guanti minuscoli prima di uscire in giardino; una facciata di assoluta solarità che nasconde, in realtà, una fragilità emotiva devastante. Per sopravvivere a se stessa, questa donna si porta dietro una bottiglia di vodka nello zaino, camuffata tra i disegni da colorare, aggrappandosi a una regola rigida: non berrà una sola goccia prima del tragitto in autobus verso casa. Ma sappiamo bene come funziona la mente umana: darsi imposizioni così categoriche e geometriche non fa che alimentare il desiderio sotterraneo di infrangerle, esasperando il conflitto interiore.
Il fulcro del romanzo dovrebbe essere il percorso terapeutico, quel bivio accennato nella trama che promette di salvare le due sorelle o di distruggerle definitivamente. Ed è qui che la mia analisi si fa più severa. La narrazione gioca sul presupposto che questo incontro possa rappresentare una discesa agli inferi o una catarsi, ma la verità che emerge dalle pagine è che ci troviamo di fronte a due persone che sono già profondamente distrutte in partenza. Non c’è una vera evoluzione morale o un crollo improvviso; c’è solo la constatazione di una maceria preesistente, che il dispositivo della psicoterapia esplora senza però riuscire a sublimare in vera intensità narrativa.
In definitiva, *La figlia preferita* resta un esordio interessante per come fotografa i nostri tempi, ma che pecca di un eccesso di aderenza al quotidiano che ne depotenzia la portata emotiva, lasciando il lettore sulla soglia di una commedia che non fa ridere e di un dramma che non riesce a commuovere fino in fondo.

Alcuni spunti di riflessione:
1. Fino a che punto l’inserimento di brand, social network e abitudini digitali contemporanee (come i video di TikTok o gli acquisti su Shein) arricchisce un romanzo e quando invece rischia di renderlo datato o di spezzare l’immersione del lettore?
2. La figura della maestra d’asilo che nasconde il proprio abuso di alcol dietro un sorriso istituzionale mette in luce il contrasto tra il ruolo sociale che interpretiamo e il nostro crollo interno. Vi è mai capitato di amare un personaggio proprio per queste sue insanabili e dolorose contraddizioni?
3. Il finale e la struttura stessa del libro ci mostrano personaggi “già distrutti” prima ancora che la storia inizi. Preferite le narrazioni in cui il trauma viene agito e consumato durante lo svolgimento della trama o quelle che esplorano le macerie di qualcosa che è già accaduto nel passato?

Laura

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