Ci sono autrici che sanno intrecciare la grande storia con i dettagli più piccoli del quotidiano. Tracy Chevalier è una di queste, e con “L’ultima fuggitiva” ci porta nell’America dell’Ottocento, dove il destino di una giovane donna inglese si incrocia con le tensioni di un paese ancora segnato dalla schiavitù, dalle fughe verso la libertà e dal contrasto tra principi morali e dure necessità.
La protagonista, Honor Bright, lascia l’Inghilterra e approda in Ohio con la speranza di un nuovo inizio. Ma l’America che incontra non è soltanto promessa di spazi aperti e di futuro: è un territorio giovane, individualista, diviso tra ideali e necessità pratiche come la questione della schiavitù o tra progresso e tradizione (per il ruolo delle donne, ad esempio).
Già nelle prime pagine emergono temi che diventano centrali: l’America come terra di contrasti, il classismo che sopravvive anche nel Nuovo Mondo, la presenza discreta ma incisiva dei quaccheri – ne avevo appena letto in “Annus Mirabilis”, una comunità lodata per la sua operosità e fermezza morale – e, soprattutto, il concetto di “runaway”: i fuggiaschi sono gli schiavi, ma in qualche modo fuggiasca è anche Honor, che lascia la sua patria in cerca di un futuro diverso e cercherà di fuggire anche dai nuovi problemi.
Chevalier costruisce la narrazione con una delicatezza tipica del suo stile: ogni capitolo porta un titolo semplice, legato a oggetti e gesti quotidiani – “cappellini”, “trapunte”, “cipolle”, “sciroppo d’acero” – quasi a sottolineare che la grande storia si fa anche con le cose piccole. E a fine capitolo, una lettera: perlopiù scritta da Honor, talvolta da altri personaggi. È attraverso queste corrispondenze che il romanzo acquista intimità, diventando non solo un affresco storico, ma anche un diario dell’anima.

Una frase che mi ha fatto riflettere: <<cos’è peggio, non avere principi o averne e non poterli rispettare?>> È la domanda che accompagna Honor nel suo cammino: da un lato la leggerezza di chi non si misura con la coerenza, dall’altro la ferita di chi sa la strada giusta ma non riesce sempre a seguirla. La Chevalier non dà una risposta definitiva, ma suggerisce che i principi, anche quando sembrano traditi, restano stelle fisse, orizzonti a cui tornare.
Ma il romanzo è pieno di frasi da annotare. Una schiava fuggiasca le ricorda: <<non devi mica andare d’accordo su tutto, quando vivi con qualcuno>>; una “capotreno” della ferrovia sotterranea la ammonisce a non confondere il proprio desiderio di fuga con la lotta degli schiavi: «quello che desiderano è la libertà, vivere una vita come la tua. Se la butti via nel loro nome, non fai altro che ridicolizzare il loro sogno più grande». Sono frasi che riportano Honor con i piedi per terra, obbligandola a distinguere tra fuga e responsabilità.
Accanto a questi dialoghi, l’autrice restituisce con finezza il contrasto tra mentalità britannica e americana. Da una parte, una città inglese con mille anni di storia; dall’altra, città americane che a stento vantano due secoli di vita. Gli americani – dice uno dei personaggi – <<amano fare le cose a modo loro e poco si curano dell’altrui giudizio>>. Un’energia che può sembrare teatrale agli occhi britannici, ma che in realtà racchiude la spinta a “voltare pagina”, a non vivere nel passato. Honor stessa, pur rimanendo legata alle proprie radici, comprende che anche lei, scegliendo di partire dall’Inghilterra, ha incarnato lo stesso spirito che porta i coloni a ovest e gli schiavi verso il nord.
Ed è in questa tensione che il romanzo trova il suo finale più vero: «sto imparando che c’è differenza tra fuggire e correre verso il futuro». Una frase che riassume la crescita della protagonista e, al tempo stesso, ci invita a guardare dentro di noi, a chiederci se le nostre fughe siano solo abbandoni o, piuttosto, aperture a nuove possibilità.
Con “L’ultima fuggitiva”, Tracy Chevalier ci consegna un romanzo che non è solo ricostruzione storica, ma meditazione sulla fedeltà a se stessi, sulla capacità di scegliere e sulla forza silenziosa dei principi. E lo fa con quella sua capacità narrativa inconfondibile: partire dalle cose semplici per arrivare a ciò che muove davvero il cuore umano.
Le frasi che ho annotato vi sembrano veicolare messaggi importanti? Come le interpretate?
Laura
Rispondi