Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo di un romanzo ambientato in Australia, quando ancora era una terra inesplorata, ai primi contatti con la brutalità della colonizzazione. “Una stanza fatta di foglie” di Kate Grenville è un romanzo che si muove tra memoria e invenzione, ricostruendo la vita di Elisabeth Macarthur, moglie di uno dei personaggi più celebri e controversi della storia australiana. Pubblicato nel 2021, il libro ha un progetto narrativo ambizioso: dare voce a chi, nella Storia con la S maiuscola, non l’ha mai avuta.
L’autrice sceglie un espediente letterario molto suggestivo: finge che il romanzo sia costituito da cartigli scritti dalla protagonista ormai anziana, un memoriale intimo che attraversa tutta la sua vita, dall’infanzia in Inghilterra fino all’approdo in Australia. Ne risulta una narrazione frammentata, costruita su capitoli brevissimi che trasmettono l’impressione di fogli sparsi, brandelli di pensieri e confessioni. Questo artificio, come accade ne “I promessi sposi” con la finta “storia ritrovata”, consente al lettore di percepire la vicinanza della voce narrante e al tempo stesso la distanza di un’epoca lontana.

Il percorso della protagonista si articola in cinque tappe fondamentali. Nata in Inghilterra nel 1766, Elisabeth cresce in un contesto che limita severamente le possibilità di una donna: l’istruzione è riservata agli uomini, e la sua intelligenza vivace viene presto imbrigliata dalle convenzioni sociali (la sua esuberanza viene etichettata dalla madre come “capriccio” e lei fin da bambina capisce di non doversi mostrare troppo perspicace).
Il matrimonio la lega a un uomo ambizioso e calcolatore, che la condurrà nel Nuovo Galles del Sud, in quella colonia australiana destinata a diventare la loro nuova patria. Il primo impatto con la terra straniera è disorientante: un ambiente ostile e selvaggio, l’iniziale solitudine, la fatica di crescere i figli in un luogo che sembra respingerla.
Ma è proprio così, attraverso le difficoltà, che emerge una donna capace di resilienza e di iniziativa.
Una chiave di lettura della sua vita può essere una frase rivoltale da una burbera locandiera: «La vita è piena di svolte. Basta saper far passare il tempo».
Io mi sento di aggiungere che non basta aspettare la svolta, bisogna coglierla, viverla, non limitarsi a subirla.
Elisabeth affronta le prove successive: il dolore personale, le incomprensioni con il marito, il peso di una maternità spesso vissuta come imposizione più che come scelta. Grenville non nasconde infatti il tema della gravidanza indesiderata, sottolineando come sia sempre stato un problema esclusivamente femminile, lasciato sulle spalle delle donne senza alternative.
Il rapporto con il marito, John Macarthur, è centrale e allo stesso tempo lacerante. Secondo me, è già emblematico che lei si riferisca sempre a lui come “signor Macarthur” mentre usa i nomi propri per gli altri personaggi.
Quest’uomo viene ritratto come freddo, calcolatore, interessato al potere e al prestigio più che alla vita familiare (e di chiunque non sia lui in effetti).
«Ti chiedo il pane e tu mi dai una pietra», scrive Elisabeth, riassumendo con crudele efficacia la sensazione di ricevere da lui solo finzione, imitazioni crudeli di ciò che lei desidera. Il suo sguardo è spesso descritto come quello di un cacciatore: fisso sulla preda, incapace di vera compassione. Questo matrimonio non è solo un’unione infelice, ma diventa il simbolo di un destino femminile segnato dall’impossibilità di scelta.
Eppure, la voce di Elisabeth non si spegne mai. Tra le pieghe dei ricordi, emergono la curiosità per la natura, il piacere della conoscenza, la voglia di affrontare le difficoltà come prove da superare (Vito testualmente: mi aveva rivelato quanto amassi affrontare un problema, quanto mi piacesse dibattermi tra le difficoltà).
Se il marito incarna la rigidità, lei rappresenta l’adattamento, la capacità di leggere le svolte della vita e di trasformarle in opportunità di crescita. L’autrice riesce a costruire un ritratto di donna forte, nonostante i limiti imposti dal tempo in cui vive.
Dal punto di vista stilistico, il romanzo alterna momenti intensi e riflessioni profonde a passaggi che rischiano di perdersi nei troppi ragionamenti mentali della protagonista. A tratti la storia appare più un diario introspettivo che una narrazione lineare e questo mi ha un po’ delusa perché mi aspettavo un intreccio più avvincente: dalla sinossi di prospettava qualcosa di più dinamico. Forse non ho apprezzato la forma scelta dall’autrice: l’espediente è interessante ma, in alcuni momenti, tende a sottrarre ritmo al racconto.
Altre note, per me negative, sono lo scarso spazio dedicato alla realtà storica: si parla molto poco degli aborigeni e questo mi è pesato abbastanza perché era uno degli aspetti più interessanti che avrei voluto conoscere (per poter fare il confronto con altre storie di colonialismo).
Poi è stato dedicato poco spazio alla vita e alla gestione della fattoria di Parramatta (ribattezzata Elizabeth’s Farm), mi sarebbe piaciuto cercare qualche similitudine tra me e la protagonista.
Ciononostante, “Una stanza fatta di foglie” resta un testo importante, perché inserisce nel panorama letterario una prospettiva femminile dimenticata, riportando in primo piano il tema delle voci escluse dalla storia. La Grenville non propone un romanzo storico nel senso tradizionale, ma una riflessione sulla memoria, sull’invisibilità delle donne e sul coraggio di vivere le svolte della vita senza subirle. Senza dubbio un esordio letterario che lascia pochi dubbi sulla forza dei pensieri dell’autrice a cui penso darò un’altra possibilità.
Laura
PS: pensare dall’Australia, alle fattorie di pecore e agli intrecci amorosi mi ha fatto ripensare a “Uccelli di rovo”, una serie che ho apprezzato. Avevo cercato il libro, ma è poi finito nell’oblio. Sarà questa l’occasione di rispolverarlo?