“Renzo” racconto di Laura Canepa

Il cielo sopra Milano non era azzurro, né plumbeo, ma di un colore malaticcio, simile al riflesso dell’ottone ossidato che ribolliva sopra una coltre di nebbia perenne. Non era la nebbia amica dei canali o quella che accarezza i campi di Pescarenico all’alba; era un miasma denso, un respiro pesante che puzzava di zolfo e carne bruciata, una coltre che non scendeva dal cielo ma pareva trasudare dalle viscere stesse della terra. Renzo Tramaglino procedeva a passi incerti, con il bavero alzato e un fazzoletto premuto sulla bocca, sentendo il selciato vibrare sotto i piedi come se la città fosse il dorso di una creatura vivente colta da un brivido febbrile. Le strade che una volta brulicavano di mercanti e carrozze erano ora cimiteri a cielo aperto, dove il silenzio era rotto solo dallo scricchiolio sinistro dei carri dei monatti. Ma non era solo il morbo a uccidere: le voci dei pochi superstiti, rintanati dietro porte sbarrate da assi di legno benedetto, parlavano di un’ombra immensa che strisciava nei sotterranei, un’antica maledizione che i peccati dei potenti avevano risvegliato. Dicevano che sotto le fondamenta del Duomo, laddove le pietre si facevano più fredde e il tempo sembrava fermarsi, il Drago della Peste avesse aperto i suoi occhi di brace, trasformando la metropoli in un immenso braciere di dolore per nutrire la sua immortalità corrotta.


Renzo si fermò davanti ai cancelli del Lazzaretto, un luogo che non somigliava affatto a un ospedale, ma piuttosto a un accampamento di cavalieri decaduti e anime in pena, circondato da mura che parevano pulsare di una luce violacea. L’aria lì era quasi irrespirabile, densa di scaglie velenose che fluttuavano come neve nera. In mezzo a quel caos di lamenti e preghiere, una figura imponente e familiare gli si fece incontro, emergendo dai fumi con la solennità di un antico druido. Fra Cristoforo non indossava più solo il semplice saio cappuccino; sulle spalle portava un mantello logoro che pareva intessuto di fili d’argento e il suo bastone, un ramo di frassino nodoso, brillava di una luce foca ma costante ad ogni colpo battuto sul fango. I suoi occhi, solitamente pieni di una carità tormentata, ora ardevano di una consapevolezza arcana, come se vedessero oltre il velo della malattia, scrutando le trame invisibili che legavano il destino di quel giovane filatore alla salvezza dell’intera Lombardia. Il frate posò una mano pesante sulla spalla di Renzo, e il calore di quel tocco parve scacciare per un istante il gelo soprannaturale che gli stringeva i polmoni, infondendogli un coraggio che non apparteneva più al mondo degli uomini comuni.
«Siete giunto alfine, Renzo,» disse il frate con una voce che risuonava come il bronzo di una campana antica. «Ma la Milano che cercavate è sprofondata nell’abisso. Quello che vedi non è un castigo del cielo mandato per caso, ma il risveglio di Vermithrax, il serpe che si nutre dell’orgoglio dei superbi e della disperazione degli umili. Lucia è qui, dentro queste mura, ma la sua anima è legata al respiro della bestia. Se il drago non verrà abbattuto prima che l’ultima luna di settembre tramonti, lei diventerà parte della sua scaglia, cenere tra la cenere, e questa città sarà il suo nido eterno.» Renzo sentì il cuore salirgli in gola, un miscuglio di terrore e rabbia che gli faceva tremare le mani. «Ditemi cosa devo fare, Padre,» gridò, quasi sovrastando il ruggito sordo che proveniva dal centro della città. «Non ho spade di re, né armature incantate, sono solo un povero montanaro che rivuole la sua sposa.» Cristoforo sorrise con una tristezza infinita, stringendo il bastone. «Non è il ferro che trafigge il male antico, ma il sacrificio. Sotto l’altare del Duomo incompiuto giace il Chiodo della Redenzione, una reliquia che fu forgiata quando il mondo era giovane. Solo con quella potrai squarciare il petto della bestia. Va’, Renzo, corri dove l’aria brucia di più, e ricorda che la Provvidenza ha spesso il volto di un coraggio che non sa di essere tale.»
Il viaggio verso il cuore di Milano fu un’odissea attraverso un incubo lucido. Renzo dovette schivare i Bravi di Don Rodrigo, che ora non erano più semplici scherani ma esseri mutati dal veleno del drago, con pelli grigiastre e occhi privi di pupilla, che pattugliavano le rovine a cavallo di chimere claudicanti. Ogni angolo di strada rivelava orrori nuovi: fontane che gettavano sangue nero, portoni che sussurravano maledizioni in lingue dimenticate, e un calore crescente che faceva ribollire l’acqua dei navigli. Quando finalmente raggiunse la piazza del Duomo, lo spettacolo che gli si parò innanzi gli mozzò il fiato. La cattedrale, ancora una foresta di marmo e guglie incomplete, era avvolta dalle spire di una creatura monumentale. Le scaglie del drago erano del colore della carne necrotizzata, incrostate di gemme rubate e oro fuso; il suo muso, appoggiato sul sagrato, espelleva a ogni respiro una nuvola di miasma giallastro che si spandeva per le vie come una marea letale. In quel momento, Renzo comprese che la peste non era altro che il fiato di quella bestia, e che ogni morto di Milano era stato un tributo versato alla sua fame insaziabile.
Entrare nel Duomo fu come penetrare nella gola di un vulcano. L’oscurità delle navate era squarciata solo dai riflessi rossastri che filtravano dalle alte vetrate, colpite dai bagliori degli incendi esterni. Renzo scese nelle cripte, guidato da un istinto che non sapeva di possedere, mentre il pavimento tremava per i movimenti della bestia sopra di lui. Trovò la reliquia in un piccolo scrigno di pietra, protetto non da trappole, ma da una semplicità disarmante. Il Chiodo non brillava, non emetteva suoni celestiali; era un pezzo di ferro arrugginito e pesante, che però emanava un calore onesto, il calore del lavoro e della terra. Stringendolo, Renzo sentì la voce di Lucia chiamarlo nel vento, una vibrazione d’amore che agì come una bussola nel buio. Sapeva che non c’era tempo per le esitazioni. Risalì i gradini, uscì sul sagrato e si trovò faccia a faccia con l’enorme occhio dorato della creatura, che si era appena risvegliata, percependo la presenza di un intruso che non puzzava di paura, ma di speranza.
La battaglia non fu una danza di colpi eleganti, ma un corpo a corpo disperato contro una forza della natura. Il drago sollevò il collo immenso, oscurando il cielo e ruggendo una sfida che fece crollare alcune statue dalle guglie più alte. Renzo corse, saltando sopra i resti di un carro abbandonato, schivando una zampata che frantumò il marmo del sagrato. La creatura abbassò la testa per incenerirlo con un fiotto di fuoco venefico, ma proprio in quel momento, il giovane filatore lanciò il Chiodo con tutta la forza delle sue braccia abituate a tendere la seta. La reliquia non colpì l’occhio, ma si conficcò nella gola della bestia, laddove la pelle era più sottile per permettere il passaggio del respiro. Non ci fu un’esplosione, ma un silenzio improvviso e assoluto. Il colore giallastro del miasma iniziò a schiarirsi, diventando un vapore bianco e purificatore. Il drago non ruggì; si sgretolò lentamente, trasformandosi in una pioggia di cenere grigia che il vento, tornato improvvisamente fresco, iniziò a disperdere oltre le mura della città.
Quando la nebbia si diradò completamente, il sole di Lombardia tornò a baciare le pietre del Duomo con una dolcezza che Milano non ricordava da mesi. Renzo, esausto e coperto di fuliggine, tornò al Lazzaretto di corsa, con i polmoni che finalmente bevevano aria pulita. Lì, tra le tende che non erano più prigioni ma rifugi, trovò Lucia. Non era più la fanciulla pallida e morente che temeva di incontrare; era in piedi, circondata da un chiarore tenue, e lo guardava con occhi che riflettevano l’azzurro ritrovato del cielo. Fra Cristoforo era accanto a lei, il suo bastone ora semplice legno, il volto segnato da una stanchezza serena. «Il male ha molti nomi e molte forme, Renzo,» disse il frate guardando l’orizzonte dove le ultime tracce del fumo si dissolvevano. «Oggi ha avuto le scaglie di un drago e il nome di un morbo, ma la mano che lo ha abbattuto era quella di un uomo semplice. Andate ora, portate questa luce nelle vostre terre, perché la peste è finita, ma la vita deve ancora essere tessuta di nuovo.» E mentre i due amanti si incamminavano verso casa, Milano sembrava risvegliarsi da un sonno millenario, pronta a ricostruire sulle proprie rovine, conscia che nessuna oscurità è mai così densa da non poter essere squarciata da un chiodo di ferro e da un cuore fedele.

Laura

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