“Il signore delle mosche” di William Golding

Ciao a tutti, sono Laura.

Leggere “Il Signore delle Mosche” è stato un’impresa più difficile di quanto pensassi. No, non è stato colpa del testo o del contenuto del libro.
Ho letto l’eBook e a circa un quarto del totale…. Sbam.. Kindle rotto, mi ha abbandonata bloccandosi fisso su una pagina (addirittura quella delle impostazioni del dispositivo, fosse stata una pagina del libro avrei analizzato a fondo quei paragrafi per ricavarne qualche spunto creativo).
Devo essere sincera, nei giorni precedenti il fattaccio, aveva già mostrato qualche segno di cedimento (prima il tasto di blocco/sblocco, poi la retroilluminazione) ma contavo di finire il libro prima di farlo riparare.
Beh, fatto sta che ho detto addio al caro vecchio Kindle (2019) e ne ho acquistato uno nuovo approfittando delle offerte di primavera di Amazon.
Nello specifico, ho preso questo:

https://amzn.to/4sgkEwW


Colore verde giada. E il modello leggermente migliore rispetto al base (come avevo prima). Sinceramente, non ha nulla di più (la batteria che dura 12 settimane anziché 6, ma diciamo che anche prima non avevo problemi, mi ha sempre accompagnata nei viaggi senza necessità di ricaricarlo) però, con lo sconto, costava quanto il base che non era scontato.

Fatta questa lunga premessa, ho finalmente concluso la lettura e provvedo a recensire anche questa perla letteraria, classificata per ragazzi ma che ha tanto da dire anche agli adulti.




Il romanzo di William Golding, pubblicato nel 1954, racconta una storia apparentemente semplice: un gruppo di ragazzi inglesi sopravvive a un incidente aereo e si ritrova su un’isola tropicale deserta, senza adulti, senza regole e senza una struttura sociale che possa guidarli, e ciò che all’inizio sembra quasi un’avventura — un piccolo esperimento di autonomia infantile — si trasforma lentamente in qualcosa di molto diverso, un processo di disgregazione morale che Golding osserva con la lucidità di chi ha visto da vicino il crollo delle certezze della civiltà europea durante la Seconda guerra mondiale (Golding prese parte allo sbarco in Normandia e ne restò profondamente turbato).

Fin dalle prime pagine, ciò che colpisce non è tanto l’azione quanto la costruzione simbolica che sostiene la narrazione, perché in “Il Signore delle Mosche” gli oggetti non sono mai semplici oggetti ma diventano segni visibili di un ordine morale che si incrina progressivamente: la conchiglia che Ralph e Piggy trovano sulla spiaggia diventa il simbolo della parola condivisa e dell’assemblea democratica, gli occhiali di Piggy rappresentano la razionalità e il sapere tecnico che permettono di accendere il fuoco, mentre il fuoco stesso assume un doppio significato oscillando tra la speranza di salvezza e il potenziale distruttivo, come se Golding volesse ricordarci che gli strumenti della civiltà contengono sempre anche la possibilità di generare una catastrofe.

La progressiva perdita di valore di questi oggetti accompagna la trasformazione dei ragazzi, che non avviene in modo improvviso ma attraverso piccoli slittamenti quasi impercettibili: una regola dimenticata, un compito trascurato, una paura collettiva che prende forma attorno alla misteriosa figura della Bestia, fino al momento in cui la caccia, il sangue e l’anonimato delle pitture facciali liberano qualcosa di più antico e primitivo, qualcosa che Golding sembra riconoscere come parte integrante della natura umana.

È proprio qui che il romanzo abbandona definitivamente la dimensione dell’avventura per entrare in quella della lezione morale, perché la testa di scrofa infilzata su un palo — il “Signore delle Mosche” — non rappresenta soltanto un oggetto macabro o una provocazione narrativa ma diventa il centro simbolico dell’opera, soprattutto nella scena in cui Simon, in una sorta di visione febbrile, comprende che la Bestia non è una creatura esterna ma qualcosa che nasce dall’interno degli stessi ragazzi, una verità riassunta nelle parole che la testa sembra rivolgergli: «Sono parte di te».

Questo passaggio è forse uno dei più inquietanti della letteratura del Novecento perché capovolge una delle illusioni più rassicuranti della modernità, l’idea che il male sia sempre qualcosa di esterno — una guerra, un nemico, un sistema politico — mentre Golding suggerisce invece che la violenza possa emergere spontaneamente quando le strutture sociali che la contengono si indeboliscono.

Il romanzo conserva una forza sorprendente, come ogni classico senza tempo, proprio perché non offre soluzioni né consolazioni, ma costringe il lettore a confrontarsi con una domanda che resta aperta, quella che lo stesso Golding formulò anni dopo in una delle sue riflessioni sull’opera, quando scrisse che l’uomo «produce il male come l’ape produce il miele».

Questa lettura lascia con una sensazione ambivalente, tra fascinazione e disagio, perché “Il Signore delle Mosche” non racconta soltanto la storia di un gruppo di ragazzi su un’isola deserta ma mette in scena un esperimento mentale molto più ampio, un tentativo di capire cosa accadrebbe se la fragile architettura della civiltà venisse improvvisamente rimossa lasciando l’essere umano solo con se stesso, e la risposta che Golding suggerisce non è rassicurante, ma proprio per questo continua a risuonare con una forza particolare anche a distanza di decenni.

Link per l’acquisto:

https://amzn.to/40uDmVi

Laura

3 pensieri riguardo ““Il signore delle mosche” di William Golding

Aggiungi il tuo

  1. Studiato alle superiori in letteratura inglese, devo ancora leggerlo integralmente. Sul Kindle ti capisco, anche il mio perde colpi e non carica bene, chissà quanto reggerà ancora

      1. Io ormai uso Kindle dal telefono quindi il dispositivo effettivo lo ignoro anche per mesi. Non aiuta molto la batteria questa cosa, in effetti

Rispondi a Lucinda StrangeAnnulla risposta

Creato su WordPress.com.

Su ↑

Scopri di più da ◦ ღ ☼ Elena e Laura ☼ ღ ◦

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere