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Ciao a tutti, sono Laura.
Ho preso la “La principessa sposa” con un’idea abbastanza precisa: una fiaba moderna, ironica, amata da molti, forse persino troppo. Una di quelle storie che arrivano precedute dalla loro fama, dal film, dalle citazioni (“As you wish”) che galleggiano nell’immaginario collettivo. Non mi aspettavo, invece, di ritrovarmi più volte a rallentare la lettura, non per difficoltà, ma per sorpresa. Alla fine, chiudendo il libro, la reazione è stata semplice e sincera: wow. Non perché fosse “perfetto”, ma perché era molto più di ciò che prometteva.
William Goldman racconta nelle note che il titolo nacque da una richiesta precisa: una figlia voleva una storia con le principesse, l’altra con una sposa. “The Princess Bride” nasce così, da un affetto, e forse questo lo rende un romanzo libero che deve obbedire a un genere e non deve soddisfare un lettore e che non deve nemmeno essere coerente a qualche aspettativa. Può permettersi di essere avventura, romance, fiaba, parodia e riflessione sulla narrazione nello stesso tempo.
Il libro si presenta come qualcosa che non è: Goldman finge di non essere l’autore, ma il curatore di una versione ridotta di un antico romanzo per ragazzi scritto da S. Morgenstern, autore inesistente. Questo falso editoriale non è un semplice gioco intellettuale. I commenti, le interruzioni, le spiegazioni su cosa è stato tagliato o salvato diventano parte integrante del ritmo della storia. È come se Goldman ci ricordasse continuamente che ogni racconto è una scelta e che anche la fiaba più “pura” è sempre una costruzione.
Il mondo di Florin, regno immaginario in un Medioevo altrettanto indefinito, funziona proprio perché non chiede di essere preso sul serio in senso realistico. È uno spazio simbolico, abitato da archetipi che però non restano mai immobili. Buttercup e “la più bella del mondo” che non è solo un trofeo narrativo. La sua bellezza è un podio instabile: la espone allo sguardo maschile, all’ostilità delle altre donne e alla paura costante del tempo che passa. È significativo che sia il narratore a scandire le tappe della sua crescita, quasi a sottolineare quanto poco controllo lei abbia su quella definizione di sé. La bellezza non è un dono neutro: è una condizione che pesa, soprattutto quando diventa consapevole. Goldman non moralizza, ma lascia affiorare una domanda scomoda: sapere di essere belle è un vantaggio o una condanna?

L’amore tra Buttercup e Westley nasce lontano da qualsiasi enfasi romantica. Lei è scontrosa, lui apparentemente insignificante. Eppure in quel “As you wish” – che in italiano perde qualcosa, ma resta centrale – si concentra una dichiarazione assoluta. Non è una promessa urlata, è una disponibilità totale. Buttercup, più avanti, riconoscerà Westley non con gli occhi, ma quando lo sente dire quella frase. L’identità passa dalla parola, non dall’azione spettacolare. È un romanticismo asciutto, mai melenso, che non ha bisogno di dimostrazioni eclatanti.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il modo in cui affronta i topos del genere avventuroso. La vendetta, in particolare, viene privata del suo fascino eroico. Goldman mostra che, quando la vendetta si compie, la soddisfazione promessa non arriva. Non ci si può nutrire di vendetta: non sostiene, non accresce, non salva. È un motore narrativo che si esaurisce lasciando dietro di sé il vuoto. Anche qui, nessuna morale esplicita, solo la constatazione di un limite umano.
Lo stile segue coerentemente questa visione. All’inizio può sembrare confuso, quasi disordinato: salti di tono, commenti fuori campo, deviazioni improvvise. Andando avanti, però, diventa chiaro che non è confusione, ma imprevedibilità. Come se il romanzo si rifiutasse sistematicamente di fare ciò che il lettore si aspetta. Quando ci si prepara a uno scontro fisico, arriva uno scontro mentale. Quando si prevede una soluzione semplice, la storia prende una piega laterale. È una lettura che chiede fiducia e la ripaga.
Il film, scritto dallo stesso Goldman, è uno dei rari esempi di trasposizione davvero riuscita. Cambia il pretesto narrativo: sparisce il manoscritto ritrovato, entra in scena il nonno che racconta la storia al nipote malato. I commenti dell’autore diventano le reazioni del bambino, che interrompe, si lamenta del romanticismo, chiede di saltare le parti noiose. È una sostituzione intelligente, non un tradimento. I tagli sono inevitabili, ma studiati. Si sente che dietro c’è qualcuno che conosce intimamente la storia che sta adattando.
“La principessa sposa” è uno di quei libri che contengono più di quanto dichiarino. Prende gli stereotipi della fiaba e dell’avventura e li ribalta senza distruggerli, li usa senza crederci ingenuamente e senza smontarli con cinismo. È un romanzo che sorprende più volte e che, una volta finito, lascia addosso quella sensazione rara di aver letto qualcosa di apparentemente leggero, ma in realtà molto profondo. Una storia che non promette di insegnare nulla e proprio per questo riesce a dire molto.
Laura
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