Ciao, sono Laura, e oggi ho aperto il vocabolario a caso. Non per gioco, o almeno non solo. Mi è capitata sotto gli occhi una parola che di solito resta sullo sfondo, buona per esami universitari o discussioni un po’ astratte: eziologico. Poco più in là, come se mi stesse aspettando, teleologico. Due termini che parlano del “perché”, ma lo fanno guardando in direzioni opposte. E da lì è partita una riflessione che non riguarda la filosofia in senso stretto, ma il modo in cui giustifichiamo ogni giorno ciò che facciamo.
L’eziologico ha a che fare con le cause. Chiede da dove nasce un’azione, quali eventi, abitudini, condizionamenti l’abbiano resa possibile o inevitabile. È il perché che guarda indietro. In letteratura questo sguardo è onnipresente. Penso a Zeno Cosini, che nel tentativo di spiegare se stesso scava continuamente nelle proprie origini, nei rapporti familiari, nelle nevrosi, convinto che capire la causa significhi sciogliere il nodo. Ma il risultato è paradossale: più Zeno spiega, più resta immobile. L’eziologia diventa un labirinto narrativo, una giustificazione continua che sospende l’azione.
La teleologia, al contrario, guarda avanti. Non chiede da dove vieni, ma dove stai andando. È il perché che si appoggia a un fine, a un senso futuro. Nei romanzi di formazione questo orientamento è evidente: il protagonista agisce non tanto perché costretto dal passato, ma perché attratto da una possibilità. Pensiamo a Julien Sorel nel “Rosso e il nero”, che costruisce se stesso come un progetto, anche a costo di mentire, forzare, tradire. Qui il fine dà forma all’azione, ma non la rende automaticamente giusta. Anzi, spesso la rende tragica.
Queste due logiche non restano chiuse nei libri. Le incontriamo ogni giorno, nello studio, nel lavoro, nel tempo che chiamiamo libero. Quando uno studente dice “studio questa materia perché devo, perché il programma lo impone, perché senza non passo l’esame”, sta parlando in termini eziologici. La causa è esterna, il movimento è reattivo. Quando invece dice “studio perché voglio capire, perché mi servirà, perché mi porterà altrove”, entra in gioco una finalità. La stessa azione, ma una motivazione radicalmente diversa, che cambia il modo di stare sui libri e spesso anche il risultato.
Nel lavoro accade qualcosa di simile. Quante volte restiamo in una posizione che non ci somiglia più dicendo a noi stessi che è così perché abbiamo sempre fatto questo, perché veniamo da lì, perché non possiamo permetterci alternative. È una spiegazione causale che spesso ha basi reali, ma che rischia di diventare una formula di immobilità. Al contrario, chi cambia strada di solito lo fa appellandosi a un fine: non so esattamente come andrà, ma so verso cosa voglio muovermi. Non è ottimismo ingenuo, è una diversa grammatica dell’agire.
Anche il tempo libero, che libero non è mai del tutto, si presta a questa lettura. Possiamo dire che guardiamo una serie, leggiamo certi libri, scegliamo certe persone perché siamo stanchi, perché è più facile, perché siamo fatti così. Oppure possiamo chiederci che tipo di spazio stiamo cercando di costruire per noi stessi, che nutrimento, che silenzio, che distrazione. In un caso l’azione è un riflesso, nell’altro è una piccola presa di posizione.
La letteratura ci insegna che nessuna delle due prospettive basta da sola. Ridurre tutto alle cause significa togliere responsabilità e futuro ai personaggi, e forse anche a noi. Affidarsi solo ai fini rischia di trasformare il senso in un alibi elegante. Le storie più vere stanno nel mezzo, in quella zona in cui il passato pesa ma non decide tutto, e il futuro orienta senza garantire nulla.
Un esempio letterario particolarmente chiaro è Raskol’nikov in “Delitto e castigo”.
Il suo gesto viene continuamente spiegato in chiave eziologica: la povertà, l’umiliazione sociale, l’isolamento, l’orgoglio ferito, una mente che si è chiusa in se stessa. Dostoevskij dissemina il romanzo di cause, di pressioni materiali e psicologiche che sembrano preparare il delitto come un esito quasi necessario. Letto così, l’omicidio diventa il risultato di una somma di condizioni: Raskol’nikov agisce perché non può più reggere ciò che è stato e ciò che gli è accaduto.
Ma lo stesso gesto può essere letto in chiave teleologica. Raskol’nikov uccide anche per dimostrare qualcosa, a se stesso prima ancora che al mondo. Vuole verificare se appartiene alla categoria degli uomini “straordinari”, quelli che possono oltrepassare la legge per un fine più alto. Il delitto non guarda solo indietro, alle cause, ma avanti, verso un’idea di sé che ancora non esiste. È un’azione orientata a un fine simbolico: diventare qualcun altro.
Il romanzo nasce proprio dalla frizione tra queste due letture. Quando Raskol’nikov prova a spiegarsi solo attraverso le cause, si dissolve, si ammala, si perde. Quando prova a reggersi solo sul fine, si disumanizza. La sua redenzione comincia quando entrambe le narrazioni crollano e l’azione non può più essere giustificata né come effetto né come progetto, ma deve essere assunta.
Dostoevskij mostra così che il “vero motivo” dell’agire non è mai puro, e che raccontarselo in un solo modo significa mentire, anche quando si è sinceri. È una lezione letteraria che continua a parlare al nostro modo quotidiano di spiegare ciò che facciamo.
Forse allora la domanda più onesta non è semplicemente “perché lo faccio”, ma che tipo di perché sto usando per raccontarmelo. Se sto parlando per cause o per fini, se mi sto spiegando o mi sto scegliendo. Analizzare le proprie motivazioni di azione non è un esercizio di autoassoluzione né di eroismo, ma un gesto di attenzione. Significa fermarsi, anche solo per un momento, e domandarsi quale parte di noi sta guidando il movimento, e quale potrebbe farlo, se le lasciassimo spazio.
Laura
Belle queste riflessioni, mi piacciono molto, brava
Grazie, mi fa piacere che tu le apprezzi. Tengo molto in conto il tuo giudizio.