Ciao a tutti, sono Laura e ho ripreso alcuni titoli che mi ero segnata e che riguardano la caccia alle streghe.
Oggi vi parlo dunque di “E ti chiameranno strega” di Katia Tenti.
Il colophon dichiara apertamente che il racconto prende spunto da eventi realmente accaduti, ma che la vicenda narrata è frutto della fantasia dell’autrice. Questa dichiarazione è importante, perché orienta subito il patto di lettura: non un romanzo storico in senso stretto, bensì una rielaborazione narrativa che usa la storia come sfondo simbolico.
La copertina suggerisce già qualcosa visivamente; una ragazza dai lineamenti delicati, alle sue spalle un cerbiatto bianco, entrambe sul limitare di un bosco. È un’immagine di soglia, di transizione, di confine tra noto e ignoto, tra comunità e marginalità. Un’immagine efficace, anche se programmaticamente allineata a un immaginario ormai molto codificato.

La nota dell’autrice rimanda ai processi per stregoneria avvenuti a Fiè allo Sciliar (Bolzano) nel 1506 e negli anni immediatamente successivi, che portarono al rogo di numerose donne. Le cifre storiche oscillano e il romanzo semplifica, ma il riferimento resta chiaro.
La protagonista, Barbara Vellerin, è ispirata a una figura realmente esistita, anche se il nome è fittizio.
Nel paese è presente un castello – oggi a vocazione turistica – che conserva la memoria di quei fatti.
Il romanzo alterna due piani temporali. Da un lato il passato con Barbara la “striga”; dall’altro il presente, con Anna, una ricercatrice contemporanea che si avvicina alla sua storia.
La scelta della prima persona implica un ritmo rallentato, introspettivo, fitto di pensieri e percezioni. È una scrittura che cerca l’empatia, che invita il lettore a “sentire” prima ancora che a capire e, in alcuni passaggi, questa scelta funziona mentre in altri rischia di appesantire la narrazione, rallentandola eccessivamente.
Il nodo tematico è chiaro: il genere femminile da tenere in second’ordine, la maternità come sola responsabilità della donna con i conseguenti aborti praticati dalle cosiddette streghe, messi in dialogo con il percorso moderno di Anna.
L’idea delle “streghe ecologiste”, custodi armoniche della natura, appare a tratti stereotipata. Tipo la frase: «Prendete quello che serve, il resto lasciatelo alla terra».
Così come il legame empatico tra ricercatrice moderna e figura storica perseguitata è una dinamica già molto frequentata in questo tipo di narrativa.
Nel complesso, “E ti chiameranno strega” è un libro che cerca di rendere viva una memoria rimossa, con una scrittura scorrevole e accessibile. Funziona come intrattenimento e come primo avvicinamento emotivo al tema, ma risulta meno convincente come documento storico o come operazione davvero problematizzante. Non è una lettura particolarmente originale né stilisticamente sorprendente e lascia la sensazione di muoversi su binari già tracciati.
In questo senso, il confronto implicito con altre opere diventa inevitabile. La lettura viene spontaneamente accostata a “La palude delle streghe” di Jarka Kubsova, che sembra promettere uno scavo più radicale e meno conciliatorio, e che sarà la mia prossima tappa da esplorare.
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Laura
Uno splendido fumetto americano ha per protagonista proprio una sorta di strega: si intitola Witchblade, è stato pubblicato quasi tutto anche in Italia e ti consiglio caldamente di leggerlo.
Grazie del consiglio, purtroppo ho pochissime conoscenze in questo tipo di opere e quindi non saprei neanche dove indirizzarmi per trovarmi.
Ho visto che oggi hai recensito un libro di Baricco: hai letto Seta?
No, me lo consigli?
Assolutamente sì. Anche perché è un libro molto corto, si legge in una giornata. Anche il film che ne hanno tratto è molto bello. Grazie per la risposta! 🙂
Vedrò di guardarlo, grazie
Grazie a te per la chiacchierata, piacevole come sempre! 🙂