Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo del libro con cui ho concluso il 2025. Sto tratta de “I raccontastorie” di Nicholas Jubber ed è un libro semplice solo in apparenza perché, pur presentandosi come una raccolta di narrazioni brevi, costruisce un discorso più ampio sul modo in cui le storie nascono, su come vengono raccontate e sull’effetto che producono su chi le ascolta.
Si capisce, leggendo, che il contenuto non è l’obiettivo primario di Jubber che è più interessato alla relazione tra chi racconta e chi ascolta oltre al potere educativo e insieme destabilizzante della narrazione – o storytelling per dirlo in modo moderno.
Molti racconti hanno una struttura volutamente spoglia con personaggi appena abbozzati, situazioni essenziali e finali che non spiegano tutto. La strategia che costringe il lettore a colmare i vuoti e a interrogarsi invece di ricevere la morale già confezionata.
Jubber fa così capire che le storie non servono a dare risposte, ma a creare domande durature.

Dal punto di vista stilistico, la lingua è controllata, quasi asciutta. Non cerca effetti letterari vistosi e non indulge in descrizioni superflue. Questo rende la lettura scorrevole, ma l’attenzione deve restare alta. È un libro che chiede tempo e una certa disponibilità a soffermarsi su alcune tematiche.
“I raccontastorie” funziona meglio se letto senza fretta, magari tornando indietro e rileggendo alcuni passaggi. Non è un testo che punta all’impatto immediato, ma a una presa di coscienza progressiva. Alla fine, ciò che deve restare non sono le singole storie, ma la consapevolezza di come il racconto possa essere uno strumento di educazione complesso, a volte ambiguo e spesso profondamente personale.

Io, che da più di un anno mi sono appassionata alla narratologia, l’ho trovato interessante e stimolante. Ho ancora più voglia di cercare archetipi e motivi ricorrenti nelle storie della mia infanzia. Quanti come me hanno questa curiosità? E quando avete scoperto la classificazione ATU?
Laura
Rispondi