Ciao a tutti, sono Laura. Ho iniziato a leggere “La palude delle streghe” sapendo già che mi stavo muovendo in un territorio narrativo molto battuto. La caccia alle streghe, negli ultimi anni, è diventata uno spazio simbolico privilegiato per rileggere il passato con categorie morali contemporanee, e l’opera si inserisce pienamente in questo solco, senza però tentare deviazioni rischiose, mettendo in luce dinamiche di esclusione sociale, di genere ed economiche.
Il colophon dichiara prudentemente che si tratta di una storia di fantasia ispirata a eventi reali, ma la postfazione svela il meccanismo con maggiore chiarezza: la protagonista del piano storico è realmente esistita, e una prima versione della sua vicenda fu messa per iscritto già nel 1850.

Il romanzo si muove su due piani temporali, il presente e il 1530, entrambi ambientati nella regione paludosa del Marschland. Il narratore è esterno, ma aderisce di volta in volta al punto di vista delle due protagoniste: Britta, nel presente, e Abelke, nel passato. Britta è una studiosa che si imbatte nei documenti relativi a un processo per stregoneria e, secondo uno schema ormai collaudato, sviluppa un coinvolgimento emotivo crescente nei confronti della vittima storica. Abelke, dal canto suo, incarna la figura della donna esclusa, sospetta, marginale, progressivamente spinta ai bordi della comunità fino a diventare ciò di cui la comunità ha bisogno per spiegare il proprio male.
Il problema non è tanto ciò che il romanzo racconta, quanto il modo prevedibile in cui lo fa. Abelke rientra pienamente nel ritratto ormai stereotipato della “strega” contemporanea: donna forte, indipendente, isolata, mai davvero ambigua, mai davvero disturbante. Le sue presunte cattiverie e malignità vengono presentate come effetto, non come causa, della sua condizione di esclusa; la colpa è sempre esterna, sempre sociale, sempre riconducibile a un sistema che la opprime. È una scelta legittima, ma reiterata fino allo sfinimento da molta narrativa recente, che sembra incapace di tollerare la possibilità di una figura femminile moralmente opaca, non redimibile, non del tutto assolvibile.
In questo senso, “La palude delle streghe” non aggiunge nulla di sostanzialmente nuovo alla rilettura moderna della caccia alle streghe come strumento coercitivo. L’idea che le accuse di stregoneria servissero anche – talvolta soprattutto – a privare le donne di autonomia e a giustificare espropri di terre sospetti è storicamente fondata e importante, ma qui viene esposta senza vera tensione critica, come un dato acquisito, quasi un obbligo ideologico del genere. Il passato viene così addomesticato, reso leggibile secondo categorie morali contemporanee, ma al prezzo di perdere la sua reale estraneità e il suo potenziale perturbante.
Il collegamento che faccio io con l’oggi è forse l’aspetto più interessante, ma resta del tutto personale. Il romanzo mi suggerisce un parallelo tra la folla che condanna le streghe, gli untori o gli eretici e la folla moderna che mette alla gogna attraverso accuse pubbliche sul piano morale. Anche oggi, per ragioni spesso economiche o di potere, si assiste a processi sommari: la massa accusa, demonizza, condanna, e quando arriva un’eventuale assoluzione, questa non ha più alcun peso simbolico. La sentenza della folla resta, irreversibile. È una dinamica che richiama gli “spettatori” dei “Promessi sposi” , l’entusiasmo per le esecuzioni pubbliche, l’Inquisizione, ma anche la meccanica impersonale delle shitstorm online.
Alla fine, La palude delle streghe appare come un romanzo ben costruito, scorrevole, consapevole delle proprie intenzioni, ma anche profondamente prevedibile. La figura della studiosa contemporanea che si lega emotivamente alla vittima del passato, la strega come donna forte e indipendente, la comunità come organismo cieco e violento: tutti elementi ormai codificati, reiterati, riconoscibili fin dalle prime pagine. Non c’è vera sorpresa, né sul piano narrativo né su quello etico. Un libro che conferma ciò che il lettore di questo filone sa già, senza incrinare davvero il quadro, senza introdurre una vera ambiguità morale, senza interrogarsi sul fascino oscuro che la folla esercita quando distrugge e sulla mancanza quasi strutturale di una volontà edificante che le si opponga.
Curiosa, in questo contesto, la segnalazione finale di Daniel Mason tra le letture consigliate: un autore che lavora spesso su strutture complesse, ambiguità temporali e morali e che per contrasto mette in luce quanto “La palude delle streghe” scelga la strada più sicura, più riconoscibile, e forse proprio per questo meno incisiva.
Come romanzo, funziona; come gesto critico, resta timido. E in un panorama ormai saturo di streghe innocenti e folle sempre colpevoli, questa prudenza finisce per assomigliare a un cliché.
Leggerò ancora qualche romanzo sull’argomento che ho in lista da tempo, ma con poco entusiasmo.
Laura
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