“Il tempio di Fortuna” di Elodie Harper

Ciao a tutti, sono Laura.

Ho chiuso “Il tempio di Fortuna” di Elodie Harper prima dell’alba del 20 dicembre, consapevole che non avevo semplicemente terminato un libro, ma collocato l’ultimo tassello di una trilogia che mi ha intrattenuta ottimamente, quella de “Le lupe di Pompei“. C’è qualcosa di particolare nel finire una serie sapendo che l’autrice stessa ha scelto un percorso cromatico preciso per le copertine, rosso, blu, verde-acqua, come se anche l’occhio fosse stato educato a una progressione emotiva, dalla carne al distacco, fino a una promessa di quiete che però, come vedremo, resta ambigua.

Pubblicato nel 2023 con il titolo “The Temple of Fortuna”, questo romanzo arriva tre anni dopo l’ultimo volume, nel 79 d.C., spostando il baricentro geografico tra Pompei a Roma. Il narratore esterno che sceglie il tempo presente per raccontare il passato è una scelta che continua a funzionare bene, perché mantiene la tensione come se nulla fosse davvero già accaduto. Lo stile resta coerente con quello dei volumi precedenti, limpido, scorrevole, con un uso del discorso diretto ben calibrato e una traduzione italiana che accompagna senza attriti, lasciando fluire il testo e i personaggi.

Nei ringraziamenti l’autrice non indulge nell’autobiografia né nel racconto dei suoi studi, ma preferisce una carrellata di presenze umane, persone che a vario titolo le sono state accanto: questo dettaglio, apparentemente marginale, dice molto del suo modo di intendere la scrittura come atto corale, non isolato. Tra i nomi spicca Susan Stokes-Chapman, autrice a me nota per “Pandora” e “La chiave delle ombre“, qui appare non solo come collega stimata ma anche come amica.



Il contesto storico resta uno dei punti di forza del romanzo, con riferimenti puntuali ma mai didascalici: Vespasiano è ricordato come un imperatore saggio, capace di anteporre Roma a sé stesso, mentre le aspettative su Tito sono alte e cariche di speranza; Domiziano, invece, appare fin da subito come una figura ambigua, subdola, già intrisa di quella doppiezza e crudeltà che le fonti storiche non mancheranno di confermare. Sullo sfondo, la tragedia di Pompei è una ferita aperta e un evento di memoria traumatico. Per Amara i segni premonitori, i presagi, i rumori della terra fanno da sfondo alle sue vicende fino all’eruzione.

C’è una frase che mi ha colpito più di altre: «Non esiste palazzo abbastanza robusto da tenere lontano il passato», e questo concetto va ben oltre il senso materiale, perché parla di identità, di ferite, di nomi che cambiano ma non cancellano. Il passato non solo ritorna, ma plasma, modifica, talvolta in modo scomodo, triste, persino sconveniente, e questa storia – un po’ favola – riesce bene nel mostrare quanto la libertà non sia mai una linea retta, ma una negoziazione continua con ciò che siamo stati.

La conclusione vede Amara riprendere il suo nome, Timarete, e chiudere definitivamente il capitolo della prostituzione uccidendo il gestore del bordello che non aveva mai smesso di perseguitarla, un gesto estremo che vuole essere liberatorio ma che, narrativamente, arriva con una certa prevedibilità. L’ultima riga, quel «Non finisce qui», sembra voler lasciare una porta socchiusa, ma il senso complessivo è quello di una chiusura un po’ banale, troppo semplice rispetto alla complessità emotiva che la trilogia avrebbe potuto meritare.
Questo epilogo lascia un lieve senso di insoddisfazione, come quando un viaggio importante finisce senza quell’ultima scoperta capace di sorprendere davvero.

Resta comunque un percorso narrativo solido, coerente, storicamente affascinante, che ha saputo dare voce a figure marginali trasformandole in protagoniste del proprio destino.

Se avete letto anche voi la trilogia, o se state pensando di iniziarla ora che è completa, raccontatemi che impressione vi ha lasciato questo finale.

Laura

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