“L’ufficio degli affari occulti” di Éric Fouassier

Ciao a tutti, sono Laura.
Quando ho scelto “L’ufficio degli affari occulti” per la mia TBR avevo una semplice curiosità: non ricordavo di aver letto autori francesi contemporanei e volevo capire che impressione mi avrebbe lasciato. Poi, per caso, ne ho letti due di seguito — Franck Thilliez con “L’osservatore” e Mathias Malzieu con “La meccanica del cuore” — poi questo di Fouassier che è quello che ho preferito. Sarà perché riesce a combinare storia e atmosfera con naturalezza: la sua Parigi del 1830 non è solo lo sfondo di un’indagine, ma un personaggio la cui nebbia ammanta di inquietudine il racconto.



Il libro apre la serie delle indagini dell’ispettore Valentin Verne, un uomo di scienza e ragione immerso in un secolo che cerca di spiegare tutto. Fouassier costruisce una trama perfettamente incastonata nel contesto della seconda rivoluzione industriale dove le invenzioni e la medicina diventano nuovi strumenti di potere. Ma, accanto alla fiducia nel progresso, si muovono forze più oscure, superstizioni, esperimenti clandestini e credenze occultiste.
L’autore dichiara nella nota iniziale che luoghi e contesto storico sono autentici, mentre i personaggi e la vicenda appartengono alla finzione. Tuttavia, l’equilibrio fra i due aspetti c’è e questo rende la narrazione coesa.

Uno dei temi più forti è il conflitto tra inconscio e ragione. Nel romanzo la medicina rappresenta la fiducia nel metodo, nella dimostrazione e nel controllo, ma attorno a essa orbitano ancora il dubbio e la paura. Fouassier non prende posizione netta: lascia che le due prospettive convivano.
Ci sono anche riflessioni sull’industria e il capitalismo nascente. C’è progresso tecnico, con le fabbriche all’avanguardia, ma anche la volontà di dominio sulla natura e sugli uomini di certi imprenditori visionari dell’Ottocento, divisi fra genialità e colpa.

Tra le pagine viene citata Claire Dervin, una delle prime attiviste francesi del XIX secolo. È un riferimento esplicito ai movimenti proto-femministi: la sua intelligenza, la curiosità, la tenacia nel voler capire il mondo la rendono un personaggio luminoso in un ambiente ancora dominato dagli uomini. Fouassier la tratteggia con delicatezza, evitando la retorica.
Ho letto di recente “Quando cadono gli angeli” di Tracy Chevalier, che invece tratteggiata le femministe inglesi (di circa cinquant’anni dopo) in modo più cupo, animate anche dal fanatismo.

Ogni capitolo ha un titolo ragionato, quasi scientifico, e segue una logica da dossier anticipando criticamente il testo.
Ad esempio, un dettaglio linguistico che non è passato inosservato: il titolo “Da Cariddi a Scilla”, che inverte l’ordine consueto, suggerisce un passaggio dall’invisibile al visibile — dal pericolo nascosto a quello concreto. È una sfumatura, ma rivela la precisione di una scrittura che sa dove vuole condurre.

La presenza del diario di Daniel, parallelo alla narrazione principale, introduce una voce interiore, piena di dolore e introspezione, che dà al romanzo una dimensione psicologica inattesa.

Bellissima la stanza segreta dedicata agli esperimenti di Valentin, il “gabinetto delle curiosità”. È un luogo dove la scienza incontra la meraviglia e che personalmente vorrei avere: piena di oggetti strani, rari, misteriosi dove il sapere diventa tangibile.

Un dettaglio che collego alla mia realtà imminente: gli specchi di Venezia che ricorrono più volte nel romanzo. Andrò a Venezia a dicembre (dopo 4 giorni a Cipro) e avevo selezionato alcune prossime letture che fossero ambientate proprio a Venezia — “Gli occhi di Venezia” di Alessandro Barbero, “La passione di Artemisia” di Susan Vreeland, “La maestra del vetro” di Tracy Chevalier e “La cortigiana” di Sarah Dunant.
Trovare qui questo dettaglio inaspettato mi ha stuzzicato a pensare di più a vetro e specchi che, dopotutto, riflettono e deformano: come la memoria e la storia. Fouassier li usa per parlare del rapporto tra scienza e illusione, tra realtà e immaginazione.

Nel ritratto della città, Fouassier non si discosta troppo da Victor Hugo. C’è lo stesso amore per le strade umide e i quartieri popolari, per le cattedrali e gli ospedali, per l’umanità in bilico tra peccato e redenzione. Nei primi capitoli viene proprio citato Hugo, che sia l’omaggio a un maestro?
Anche nella lingua si percepisce una certa cura, elegante ma leggibile, che ricorda il ritmo dei feuilleton ottocenteschi.

“L’ufficio degli affari occulti” è, tra i romanzi francesi letti di recente, il più convincente. È elegante senza essere freddo, storico senza essere pedante. Mescola il fascino del giallo con il romanzo d’idee. La Parigi di Fouassier è viva, tangibile, quasi respirabile.
L’autore riesce a parlare di scienza e mente, di potere e curiosità, senza semplificare e – come accade nei migliori romanzi storici – non ci invita solo a guardare indietro, ma a riconoscere che, in fondo, anche oggi il mistero non è scomparso: si è solo nascosto dietro nuovi strumenti e nuove luci.

Laura

5 pensieri riguardo ““L’ufficio degli affari occulti” di Éric Fouassier

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  1. Anche a me era piaciuto molto, infatti in seguito ho comprato e letto anche i successivi. Mi sono piaciuti tutti, ho apprezzato molto anche l’evoluzione dei protagonisti. L’ultimo devo ancora leggerlo, ma so già che mi appassionerà

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