“La maestra del vetro” di Tracy Chevalier

Ciao a tutti, sono Laura e oggi torno a recensire Tracy Chevalier che questa volta si è fomentata in una storia che valica i limiti imposti dallo scorrere del tempo.
Si tratta di “La maestra del vetro” che fa parte della mia selezione propedeutica alla mia prossima gita a Venezia.

La Chevalier in quest’opera fa un esperimento, non per la storia che racconta, ma per come la racconta. Prima ancora di entrarci, nella nota, dichiara il lavoro mastodontico che c’è dietro: esperti veneziani, musei, vetrai, archivi, storici e persino gli abitanti locali con i loro ricordi. Mi ha fatto lo stesso effetto di quando, tempo fa, lessi “La ricamatrice di Winchester”, sapendo che l’autrice aveva davvero provato a ricamare, ago e filo tra le dita. Qui l’ho immaginata con lo sguardo ravvicinato su un vaso che nasce dal fuoco, testimone silenziosa di ciò che avrebbe poi trasformato in romanzo.

La voce narrante è un’altra sorpresa: una specie di guida che si rivolge direttamente al lettore, quasi prendendolo sottobraccio e dicendo “aspetta, ora ti porto io attraverso i secoli, non preoccuparti”. Serve, perché i salti temporali sono profondi: 1494, 1574, 1631, 1755, 1797, 1915, 2019. Una Venezia che respira come un polmone antico.



Ed è proprio Venezia, più ancora dei personaggi, a dominare il romanzo. Una città fatta di culture che si intrecciano, parole della laguna che non si trovano nella toponomastica di altre città: calle, campo, fondaco. E le cose più curiose come i pinoli venduti a peso d’oro come oggi o, anche, il braccialetto in rame per contrastare la nausea da navigazione. Leggendole, mi è venuta quella sensazione bellissima di quando entri in una stanza vecchia e trovi utensili che non conosci, ma che senti hanno avuto una vita piena.

Dentro questa città protagonista si muove Orsola, la ragazza che impara a lavorare il vetro in un mondo di uomini. Lei non ha il fuoco solo davanti, ma anche dentro: è desiderosa di creare e di essere.
Il suo percorso non è facile, ovviamente, è agli inizi sperimenta la frustrazione del principiante e la “brutalità” della sua insegnante, ma è una cruda verità: chi sa fare qualcosa molto bene, ha problemi ad insegnarla, perché dimentica com’era “non saperla fare”. Eppure Orsola impara tutto: a osservare, a sopravvivere, a trovare un ruolo quando le donne non dovevano averne e a proteggersi dietro l’anonimato quando la propria identità diventava un ostacolo.

Le epoche che attraversa non sono solo date, ma stravolgimenti collettivi. Il 1574 puzza ancora di peste, e non solo nei corpi, ma nei muri e negli scambi commerciali. Il 1915 pesa come un mattone sul petto: guerra, fame, incertezza. Il 2019 invece ha il sapore salmastro dell’acqua alta e la ferita del Covid. Venezia sembra cadere e rinascere ogni volta, un po’ come le persone quando devono trovare un modo nuovo di affrontare il proprio dolore.

Ho amato come il romanzo non sia solo una storia, ma quasi una mappa dell’esistenza di Venezia, ma anche dei suoi abitanti: crescita, splendore, declino, riscoperta. Le fasi della vita incastonate nei secoli, come perle infilate una dopo l’altra nel filo lunghissimo della storia veneziana (come nel lavoro delle impiraresse).

Alla fine, il romanzo si chiude con la sensazione di aver camminato non solo tra le calle e le epoche, ma anche dentro i mestieri e dentro i sentimenti.

“La maestra del vetro” non è semplicemente un romanzo storico; è il racconto di come si sopravvive alle trasformazioni e di come, a volte, ci si lasci plasmare dal fuoco per poi tornare trasparenti, ma più forti. Un po’ come Venezia. Un po’ come noi.

Laura

PS il titolo originale è “The Glassmaker”, non c’è molta differenza ma, se voglio essere pignola, Orsola è stata più allieva che maestra. Gli insegnamenti che ha dato sono stati ben altri che non la “semplice” arte di lavorare il vetro.

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