San Francesco d’Assisi: Cazzullo e Barbero a confronto tra storia e identità italiana

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Come scrisse Dante, “nacque al mondo un sole” quando San Francesco è venuto alla luce. LUCE, una guida.

Nel 2026, a ottocento anni dalla sua morte, è un personaggio che ha ancora tanto da dire. Io ho voluto iniziare leggendo due opere che, attraverso due lenti diverse, mi hanno offerto parecchi spunti di riflessione.

Un giornalista e uno storico.

E poi, chi volesse un po’ di musica, “Dolce sentire” è quanto di più bello possa accompagnare dei pensieri lieti.


Ogni epoca che attraversa una crisi profonda tende a tornare alle proprie figure fondative, non per semplice nostalgia, ma per misurare il presente con ciò che ha retto nei momenti di passaggio. San Francesco d’Assisi è una di queste figure. Non solo un santo, ma un punto di incontro tra religione, politica, cultura e immaginario collettivo. Il confronto tra Aldo Cazzullo e Alessandro Barbero mette in luce due modi radicalmente diversi di raccontarlo, che riflettono non soltanto due stili narrativi, ma due idee opposte di che cosa debba fare oggi la storia.
Per Cazzullo, Francesco è una risposta alle domande più pressanti del presente. Per Barbero, è un problema storico. In questa tensione si gioca il senso contemporaneo della sua riscoperta.

La necessità di Francesco nel XXI secolo
Cazzullo apre il discorso su Francesco partendo da un presupposto esplicitamente contemporaneo: viviamo in un’epoca che potrebbe essere l’ultima per la nostra specie, schiacciata tra crisi ambientale, diseguaglianze economiche e perdita di senso collettivo. In questo scenario, Francesco non è una figura del passato, ma una possibilità di futuro. Non un’icona devozionale, bensì un fondatore morale.
L’autore lo colloca in una triade di figure che compaiono “una volta ogni mille anni”: Buddha per il primo millennio a.C., Gesù per il primo millennio d.C., Francesco per il secondo. Il paragone non è teologico, ma antropologico. Francesco diventa il punto in cui l’umanità occidentale tenta una nuova nascita, un “nuovo Adamo” che sceglie di spogliarsi del superfluo per rientrare in relazione con il mondo, con gli altri, con il creato.
Questa impostazione trasforma l’agiografia in un discorso identitario. Francesco non è solo il santo di Assisi, ma il volto concreto di una civiltà che sceglie la prossimità al reale contro l’astrazione del potere.

Francesco come “primo italiano” secondo Cazzullo
La tesi più forte e più discussa di Cazzullo è quella che definisce Francesco come “il primo italiano”. Non nel senso anagrafico o politico, ma come figura fondativa di un’identità culturale comune. Francesco non è semplicemente “il più italiano dei santi”, ma colui che inaugura un modo di stare nel mondo che ancora oggi riconosciamo come nostro.
Il primo pilastro di questa identità è la lingua. Con il Cantico delle Creature, Francesco scrive in volgare quando il latino domina la cultura alta. È un gesto radicale, che anticipa Dante e che riconosce dignità letteraria alla lingua del popolo. La parola diventa accessibile, condivisa, non più esclusiva.
Il secondo pilastro è l’arte. L’esperienza francescana rompe la distanza tra il sacro e il mondo sensibile. Con Giotto e Cimabue, il fondo oro bizantino lascia spazio al paesaggio, ai volti, alle emozioni. Dio entra nella storia e lo spettatore entra nell’opera. È un mutamento che cambia per sempre l’immaginario occidentale.
Il terzo pilastro è l’umanesimo, inteso non come movimento storico, ma come postura etica. Francesco riconosce dignità universale a ogni essere umano, incluse le donne e i bambini, in un XIII secolo rigidamente gerarchico. La sua relazione con Chiara non è ancillare, ma fondativa. La fede non è in opposizione alla ragione, ma le cammina accanto.
Infine, la tradizione. Il presepe di Greccio non è un semplice rito natalizio, ma un’invenzione culturale potentissima: il sacro che entra nella casa, che si fa racconto, teatro, esperienza condivisa. Un gesto che ancora oggi struttura l’immaginario domestico italiano.
In questa prospettiva, Francesco smette di essere un modello irraggiungibile e diventa il fondatore morale di una comunità.

Lo stile di Cazzullo: il giornalista come mediatore del senso
Il modo in cui Cazzullo racconta Francesco è coerente con la sua formazione. Il passato viene continuamente messo in relazione con il presente. Il Medioevo non è un archivio, ma un repertorio di immagini e significati attivi.
Le analogie contemporanee, talvolta spiazzanti, servono a creare familiarità: la punizione collettiva degli assisani diventa un girone degno di Fantozzi, la finanza moderna viene evocata attraverso i Bitcoin come negazione della povertà francescana, gli aneddoti celebri diventano snodi emotivi più che miracoli edificanti.
Francesco appare fisicamente fragile, quasi dimesso, e proprio per questo potentemente umano. Un “Calimero di Dio”, che parla al presente perché sembra già fuori dal suo tempo.

Barbero e la “questione francescana”
Alessandro Barbero parte da un punto opposto. Non si chiede che cosa Francesco possa insegnarci oggi, ma come e perché è stato raccontato in un certo modo nel Medioevo. Il suo interesse non è il messaggio, ma il processo.
Il Francesco di Barbero è un uomo storicamente situato. Nato in una borghesia mercantile ricca e ambiziosa, sogna inizialmente di diventare cavaliere. Porta con sé, anche dopo la conversione, una sensibilità per le distinzioni di rango e per le forme giuridiche. Non è un ribelle anarchico, ma una figura strutturata, capace di pensare in termini di obblighi, patti, regole.
Barbero insiste sulla durezza di Francesco, sulla sua intransigenza, sul conflitto permanente con l’istituzionalizzazione dell’Ordine. La povertà non è un simbolo spirituale, ma una pratica materiale assoluta, che rende Francesco ingestibile per la Chiesa. Da qui nasce la “questione francescana”: il tentativo di normalizzare un’esperienza carismatica esplosiva attraverso la scrittura agiografica.
La “Legenda Maior” di Bonaventura diventa, in questa lettura, uno strumento di potere. Rendere Francesco santo significa renderlo meno imitabile, più distante, meno pericoloso. Barbero restituisce voce alle fonti plurali, ai nos qui cum eo fuimus, mostrando una verità frammentaria e conflittuale.

Minorità, ribellione e non violenza
Su un punto, tuttavia, i due autori convergono: Francesco non è una figura rassicurante. La sua “minorità” non è umiltà sentimentale, ma rifiuto strutturale del potere. Francesco comprende che il possesso genera violenza, che le ricchezze vanno difese con le armi, e sceglie di sottrarsi a questa logica.
La spogliazione pubblica in piazza è un atto religioso, ma anche legale e politico. Il dialogo con il Sultano, la scelta della povertà, i gesti estremi contro il desiderio sono forme di dissenso radicale. Francesco non combatte il sistema con la forza, ma con la coerenza assoluta tra parola e vita.

Conclusione: perché Francesco ci riguarda ancora
Attraverso la lente di Cazzullo, Francesco diventa una proposta di sopravvivenza per il millennio che stiamo attraversando. Attraverso quella di Barbero, diventa un banco di prova per il nostro rapporto con la storia e con le sue manipolazioni.

Tenere insieme questi due sguardi è forse l’unico modo onesto di avvicinarsi a Francesco oggi. Non come un santino morale, né come un reperto museale, ma come una figura che continua a disturbare. Perché non promette soluzioni facili, ma chiede una trasformazione radicale del nostro modo di abitare il mondo.

E forse è proprio per questo che, a distanza di ottocento anni, continuiamo a tornare a lui.

Laura

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