Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi de “La Sonnambula” di Bianca Pitzorno. La scoperta di questo romanzo non è avvenuta in libreria, ma in maniera incidentale, durante una ricerca di narrativa storica italiana. Il nome dell’autrice mi era noto e ho avuto l’impressione fin dall’inizio di trovarmi di fronte a un’operazione letteraria ambiziosa: un dialogo dichiarato tra finzione e verità storica, tra documento e immaginazione.
Prima della narrazione vera e propria, attraverso un uso estremamente consapevole degli elementi paratestuali, il lettore viene preparato non solo alla storia, ma al modo in cui quella storia è stata costruita. L’autrice non nasconde il laboratorio e invita il lettore in aula che assomiglia molto a una co-scoperta.
Il titolo, innanzitutto, va chiarito perché “sonnambula”, nella concezione contemporanea, riconduce a un immaginario legato al sonno, alla perdita di coscienza, a una dimensione patologica o misteriosa. La Pitzorno interviene subito a correggere questa deriva semantica, con una precisazione: alla fine dell’Ottocento, una sonnambula era una medium, una sensitiva, una figura che cadeva in trance per predire il futuro. Questa spiegazione orienta l’intera lettura del personaggio principale. La sonnambulìa non è una malattia, ma una professione e una strategia deliberata.
L’ambientazione storica è restituita con una precisione che non diventa mai pedanteria. Siamo nella Sardegna dell’ultimo ventennio dell’Ottocento, in una città chiamata Donora che altro non è se non Sassari sotto un nome traslato. I dettagli – il giornale “L’Araldo”, i prezzi in lire, le associazioni benefiche, i salotti, le gerarchie sociali – costruiscono una realtà credibile. L’autrice precisa che alcune vicende sono inventate, altre sono accadute davvero e lo stesso vale per i personaggi. Il lettore non è chiamato a credere ciecamente, ma a leggere consapevolmente, sapendo che la storia è un intreccio, una ricostruzione verosimile benché frutto di fantasia.

Nella nota, l’autrice svela la scintilla originaria del romanzo: una vera inserzione pubblicitaria della “Rinomata Sonnambula Elisa Morello”, apparsa sul giornale “L’Isola” nel maggio del 1894. Viene proposto proprio l’annuncio originale e così il lettore viene messo esattamente nella posizione dell’autrice, davanti allo stesso frammento di realtà che ha generato la finzione.
La trama segue l’evoluzione della protagonista, la fuga non è solo geografica, ma identitaria. A Donora, Immacolata diventa Ofelia Rossi, e sotto questa nuova identità costruisce la propria sopravvivenza inventandosi sonnambula. Non c’è nulla di soprannaturale nei suoi poteri: Ofelia osserva, ascolta, legge i giornali, raccoglie pettegolezzi. La sua magia è sociale, psicologica, profondamente umana. È qui che il libro gioca una delle sue carte più sottili: una menzogna dichiarata produce una verità emotiva. Quando il conte Acciardi riappare, costringendo Ofelia a una nuova fuga, la storia si sposta ancora, fino al mondo nomade del circo, dove la protagonista assume il nome di Elisa Morello, chiudendo il cerchio e incarnando l’artefatto storico da cui tutto era partito.
I personaggi sono costruiti per contrasto e nessuno di loro è una figura isolata: ognuno esiste in funzione degli altri, in una dinamica che rende evidente come la brutalità di Folco sia, paradossalmente, la forza che spinge Ofelia a diventare se stessa.
La scrittura della Pitzorno è ampia, densa, attentissima ai dettagli materiali e psicologici. Il ritmo alterna tensione e introspezione, fuga e stasi, senza mai perdere coesione. È una prosa che si prende il tempo di mostrare e di costruire atmosfera.
I temi che attraversano il romanzo restano sorprendentemente attuali. La reinvenzione femminile come unica forma possibile di sopravvivenza. La verità come costruzione sociale, spesso più menzognera della finzione dichiarata. Il rapporto tra storia e racconto, reso ancora più intimo dalla rivelazione che le quattro donne destinatarie di un identico responso della sonnambula sono ispirate alle quattro bisnonne dell’autrice. E infine, la svolta meta-narrativa: la scena in cui Ofelia incontra l’alter ego dell’autrice e scopre di essere un personaggio nato da un ritaglio di giornale. È un momento particolare, che interroga il lettore sul senso stesso del raccontare.
È un romanzo storico che non si limita a ricostruire un’epoca, ma riflette sul modo in cui la storia viene trasformata in narrazione.
Per chi ama la fiction storica e per chi cerca protagoniste femminili complesse, questa è una lettura che può essere valida. A me, è piaciuto il modo di intrecciare archivi, memoria personale e coscienza narrativa, ma la scelta di dare un’impronta meta-narrativa al romanzo mi è sembrata di troppo.
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Laura
Ne parlano tutti molto bene e le tue parole lo confermano: penso lo leggerò presto.
Un’ottima lettura, grazie del commento
Bell