Ciao a tutti, sono Laura e continuano le mie letture itineranti.
Oggi vi parlo di “Filastrocca per l’assassino” sempre frutto della penna di Keigo Higashino. Ero curiosa di scoprire un’opera dei suoi esordi, infatti, questa breve storia è stata pubblicata nel 1986 con il titolo originale “Hakuba sanso satsujin jiken” (che significa molto semplicemente “Il caso di omicidio di Hakuba sanso”) ed è arrivata in Italia nella collana settimanale dei “Gialli Mondadori”, una scelta editoriale che ben riflette la sua natura: un classico giallo d’enigma, costruito con le regole del genere più ortodosso.
Higashino, allora poco più che trentenne, si misura con un topos caro alla tradizione: il mistero della stanza chiusa. L’ambientazione è quella di un rifugio isolato tra le montagne innevate, che diventa teatro di una serie di omicidi che ha fatto subito affiorare nella mia memoria “Dieci piccoli indiani” e “Shining”. A legare le vittime, un dettaglio letterario curioso: la filastrocca della tradizione inglese Mother Goose, che scandisce e quasi “annuncia” i delitti.

L’eco del “modello Agatha Christie” è evidente: un gruppo di personaggi riuniti in un luogo isolato, un assassino che agisce secondo un rituale, un enigma da risolvere prima che sia troppo tardi. Higashino non nasconde il suo debito verso i classici del giallo occidentale, ma li filtra attraverso una sensibilità giapponese fatta di rigore logico e situazioni sospese.
Rispetto ad altre opere dell’autore, questo libro può risultare meno coinvolgente. Non c’è la profondità psicologica che caratterizzerà le sue opere successive, né la tensione narrativa che spesso cattura già dalle prime pagine. Tuttavia, proprio la sua semplicità lo rende perfettamente adatto alla collana dei Gialli Mondadori settimanali, che si proponeva di offrire ai lettori un mistero da risolvere in modo chiaro e diretto.
È, insomma, un esercizio di stile: Higashino si confronta con le regole canoniche del genere e mostra il suo talento nel costruire un enigma coerente, solido e studiato fino all’ultimo dettaglio.
Un giallo semplice, sì, ma che sa far riflettere: non solo sulla dinamica di un delitto impossibile, ma anche sul nostro modo di guardare – o non guardare – alle storie che ci passano davanti.
E voi cosa pensate dei gialli “semplici”? Li leggete o rivolgete l’attenzione a romanzi con più sfaccettature?
Laura
Per quanto riguarda i gialli mi piacciono sia quelli più “semplici” che quelli che hanno più sfaccettature, 🙂.
Questo è breve, ma gradevole