“Delitto al mercato dei fiori di Tokyo” di Keigo Higashino

Ciao a tutti, sono Laura e con questa recensione inizia la carrellata di letture che hanno accompagnato il mio viaggio in Turchia. Tempo ne ho avuto tanto perché ho fatto circa 3000 km in pullman, anche su strade un po’ impraticabili che hanno richiesto molto più del previsto; se poi sommiamo le ore di volo… Beh, leggere ho letto parecchio (ho anche dormito, devo ammetterlo).

Sul kindle avevo un bel po’ di…. Keigo Higashino e lui è uno di quegli autori che, quando li incontri, diventano un porto sicuro: sai che troverai sempre quel ritmo, quella voce, quell’atmosfera che ormai riconosci come familiari. Anche in questo nuovo romanzo, “Delitto al mercato dei fiori di Tokyo”, ho ritrovato la sua scrittura piacevole e scorrevole, ma con una sfumatura diversa, quasi più semplificata rispetto ad altre opere. Non so se dipenda dalla traduzione – e del resto è risaputo che l’edizione italiana arrivi non dal giapponese, ma dal francese – o se sia stata una scelta consapevole, per avvicinarsi ai lettori di oggi. Fatto sta che qualcosa ha leggermente stonato, pur senza compromettere l’esperienza di lettura.



Il titolo originale è “Mugenbana”, un termine composto che in giapponese unisce l’idea di “infinito” a quella di “fiore” e suona come “fiore onirico” o “fiore senza fine”: evocativo, poetico, perfettamente coerente con il delitto che struttura il romanzo.
La scelta editoriale italiana, invece, mi è sembrata fuorviante: porta la mente verso un giallo urbano e pittoresco, che con la storia non c’entra granché. Il titolo francese, “Les fleurs de l’illusion”, aveva invece un senso più vicino al cuore del romanzo, ma in Italia si è preferito optare per una soluzione accattivante e immediata, forse più vendibile.

La vicenda si concentra su un delitto che colpisce due volte la stessa famiglia, intrecciandosi con un progetto oscuro, portato avanti come una missione intergenerazionale. La dimensione del “destino già scritto” attraversa le pagine, non solo come retaggio familiare ma anche come scelta obbligata, professionale o personale. La citazione «Non hai mai trovato difficile accettare che la tua strada fosse tracciata in anticipo?» diventa così una chiave interpretativa: fino a che punto siamo liberi di scegliere e quanto invece siamo incatenati alle aspettative degli altri o di chi ci ha preceduto?

Sul fondo della trama emergono anche riflessioni sul nucleare: dalla sicurezza degli impianti, all’ombra dell’incidente di Fukushima nel 2011, fino a un futuro che guarda alla dismissione nel 2030. Higashino riesce, come spesso accade, a collegare il delitto alla società giapponese contemporanea, intrecciando cronaca e finzione narrativa.

Accanto alla tensione investigativa, ciò che mi ha colpito di più è stato il tema della sindrome dell’impostore. Uno dei personaggi si convince di non avere alcun talento, di vivere soltanto fingendo e questa convinzione lo porta a logorarsi interiormente e a crollare nel confronto con gli altri. È un tema universale, che va oltre il contesto del romanzo: quante volte ci sentiamo fuori posto, non all’altezza, “finti” persino nelle cose che sappiamo fare bene? Higashino inserisce questa fragilità dentro la trama poliziesca, mostrandoci come una ferita interiore possa portare a scelte autodistruttive.

La voce narrante è esterna, ma volutamente “inconsapevole”: non sa tutto e questo crea una distanza che rende la lettura più inquieta e instabile. È come se l’autore ci ricordasse che la verità non ci è mai data per intero, ma solo a frammenti.

Questo non è forse il mio Higashino preferito, ma resta un romanzo che fa riflettere e che si legge con piacere. Mi ha lasciato la sensazione di un’opera meno complessa sul piano stilistico, ma comunque ricca di suggestioni. Ho apprezzato soprattutto la capacità dell’autore di intrecciare il destino individuale con la storia collettiva e di dare voce a quelle insicurezze intime che spesso nascondiamo anche a noi stessi.

E voi, credete che la strada della nostra vita sia davvero tracciata in anticipo, come suggerisce una delle frasi che ho annotato? O pensate che ci sia sempre margine per deviare, per cambiare, per riscrivere la nostra storia?

Laura

3 pensieri riguardo ““Delitto al mercato dei fiori di Tokyo” di Keigo Higashino

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  1. A mio parere nella vita c’è sempre un margine di cambiamento.
    Seguire una via già prefissata può essere, a volte, controproducente.
    Sì, decisamente meglio una vita in cui si può cambiare qualcosa, 🙂.

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