Ciao a tutti, sono Laura e oggi torno a parlarvi di Tracy Chevalier, la mia nuova scoperta che continua a darmi soddisfazione.
“Strane creature” di Tracy Chevalier, è un romanzo che, con un intreccio narrativo ben studiato, ricostruisce un evento storico ponendo l’accento sulla situazione femminile e – nella mia personalissima interpretazione – la precarietà di corpo e spirito.
Pubblicato nel 2009 con il titolo originale “Remarkable Creature” questo romanzo pone già nel titolo sfumatura significativa. L’aggettivo inglese remarkable indica ciò che è sorprendente, eccezionale, degno di nota. La traduzione italiana, “strane”, sposta invece l’accento sull’anomalia, sulla diversità, sul lato perturbante. Se da un lato le creature fossili erano indubbiamente straordinarie e meravigliose, dall’altro venivano percepite con diffidenza, come elementi che destabilizzavano la visione religiosa e culturale del tempo. Allo stesso modo, le protagoniste – appassionate di questi “sporchi ninnoli” – venivano considerate eccentriche, insolite, fuori posto. La scelta del titolo italiano, pur rinunciando a un tono di meraviglia, restituisce bene questa atmosfera di sospetto e marginalità.
Come di consueto, la Chevalier conclude il romanzo con una nota. Io, però, ho sempre il vizio di leggerla prima per farmi un’idea del registro del romanzo e del messaggio che veicoka.
In questo caso l’autrice intitola il poscritto come “La pazienza del lettore”, chiarendo subito che l’opera è frutto di fantasia, ma si fonda su una base storica reale. Molti dei personaggi sono effettivamente esistiti e i fossili rinvenuti influenzano davvero gli studi di Charles Darwin.
Inserisce anche un aneddoto di Jane Austen che verosimilmente conobbe le due donne. La Austen infatti scrisse che si rivolse a un artigiano locale (per poi rinunciare al preventivo troppo alto) e questi era proprio il signor Anning.
Tracy Chevalier dichiara di aver condensato tempi e vicende, per non “abusare della pazienza del lettore”, ma lo fa rispettando l’ordine cronologico e senza tradire la verità di fondo. È una dichiarazione di onestà intellettuale che colloca subito il testo a metà tra saggio e romanzo.

La storia prende avvio a Lyme, nel 1811, dove si trasferiscono le sorelle Philpot, zitelle londinesi in ristrettezze economiche. La loro presenza richiama per certi aspetti quella delle sorelle March di Piccole donne: troviamo la studiosa, la taciturna, la frivola. In questo contesto nasce l’incontro con Mary Anning, figlia di un modesto artigiano, sopravvissuta da bambina a un fulmine che uccise altre persone presenti con lei. Mary possiede un talento naturale per l’individuazione dei fossili lungo le scogliere, e la sua vita si intreccia presto con quella di Elizabeth Philpot.
Il romanzo è narrato a due voci: quella di Elizabeth e quella di Mary. La Chevalier calibra lo stile su ciascuna: Elizabeth, istruita e metodica, scrive in modo preciso ed elaborato; Mary, più giovane e ignorante, si esprime con franchezza, a volte anche con volgarità, ma senza malizia. Questo doppio registro rende la narrazione viva, immediata e ricca, capace di restituire le diverse prospettive del femminile nel primo Ottocento.
La scrittura resta scorrevole, elegante, ma al tempo stesso densa di riflessioni. Alcune frasi mi hanno dato molto a cui pensare:
«Cercavo sempre di parlare di cose serie, un’altra caratteristica che fa scappare gli uomini». Una frase che richiama altri testi di mia recente lettura, come “Una stanza fatta di foglie”, dove la donna istruita e “troppo perspicace” non è una buona moglie (in “L’isola dei due mondi” si dice che non stia bene che una moglie sia più colta del marito perché è lui a dover comandare).
Questi dettagli mostrano chiaramente la difficoltà per le donne di coniugare intelligenza e riconoscimento sociale, in una società che non sapeva dare loro spazio.
«Un disegno lo noti sempre in mezzo al guazzabuglio». È una frase che ben rappresenta la sensibilità di Mary, capace di scorgere nelle rocce ciò che altri non vedono: la traccia di vite antiche.
L’attività scientifica delle due protagoniste viene però percepita come impropria per delle donne. «È una femmina, non conta nulla», si sente dire Mary. E l’assurdo non si limita a qualche commento sprezzante: gli uomini parlano delle sue scoperte, ma la escludono dai circoli accademici. Il romanzo mette così in luce l’ingiustizia di un’epoca in cui il sapere femminile era marginalizzato, quando non associato a stregoneria – come avveniva, ad esempio, per la botanica (tema ricorrente sia nella Chevalier con Aliénor de “La dama e l’unicorno”, di “Una stanza fatta di foglie” dove gli studi botanici erano gli unici utili a una donna per curare la famiglia, o ne “La chiave delle ombre” o “Annus Mirabilis”, tutte figure custodi di conoscenze naturali e per questo sospettate o isolate.
Il conflitto tra scienza e religione è un altro tema forte. I fossili rinvenuti mettono in crisi la dottrina biblica: se queste creature sono scomparse, significa che Dio le ha abbandonate? O che non erano perfette, contraddicendo l’idea di un Creatore infallibile? E se le rocce sono state create prima degli animali, ma perché allora i resti sono dentro la pietra? Un religioso interpellato da Elizabeth liquida la questione dicendo che Dio mette alla prova la fede con simili enigmi.
Secondo me, questa resistenza di fronte a ciò che potrebbe mettere in discussione la fede, ha avuto come effetto quello di allontanare molti e lasciare il dubbio agli altri.
Il romanzo è attraversato anche da una riflessione sulla caducità della vita – che, forse, mi ha colpita più del dovuto. Già all’inizio Mary, segnata dall’evento del fulmine che la “risanò”, mentre uccise le altre tre persone vicine a lei. Più avanti, sempre Mary, riflette sul fatto che «belli o brutti, Dio ci prende tutti, prima o poi». Elizabeth, con lucidità, osserva: «Prima o poi ogni persona si rende conto della propria caducità. Di solito avviene quando si è in là con gli anni». Questa frase apre una domanda universale: che cosa accade se la consapevolezza della morte giunge da giovani? Come influisce sul carattere, sulle scelte, sul modo di stare al mondo? È un interrogativo che mostra una possibile risposta proprio in Mary che, ancora due volte nel corso del romanzo, sperimenterà la vicinanza con la morte (morti altrui e una tragedia sulla spiaggia).
Non manca lo spazio per la fragilità umana: «Non pensavo che una ragazza dal carattere forte come il suo potesse rivelarsi tanto fragile. Ma ci sono momenti in cui ognuno di noi si scopre vulnerabile». Una riflessione che umanizza le protagoniste, restituendo loro complessità e realismo. Questa situazione, causata da un problema amoroso, mette ancora più enfasi alla frase: considerato tutto ciò che Mary ha passato, sembra impossibile che un “semplice” problema di cuore le causi un disorientamento totale. Lei che non si curò mai del giudizio altrui, aveva paura di diventare una zitella? O la ferita era qualcosa di più profondo e personale?
Infine, sia il romanzo nel suo epilogo che le sopracitate note dell’autrice ribadiscono un dato amaro: Mary Anning riceverà ben poco riconoscimento per le sue scoperte e Elizabeth – con il suo tenace lavoro per far emergere Mary – ancora meno. I nomi che passeranno alla storia saranno quelli degli accademici uomini che si limitarono a classificare ed esporre i fossili. È una conclusione che denuncia, senza retorica, l’esclusione delle donne dalla storia ufficiale della scienza.
In definitiva, pur essendo un po’ diverso per tono da altri libri di Tracy Chevalier, conferma la sua abilità nel coniugare rigore storico e sensibilità narrativa. La lettura è scorrevole, istruttiva, illuminata da personaggi vivi e da domande che restano aperte, capaci di accompagnare il lettore anche oltre la pagina.
Una lettura che mi è piaciuta molto e che conferma il mio giudizio positivo sull’autrice: ancora una volta riesce a intrecciare storia, scienza e società con uno sguardo che unisce empatia e critica.
Cosa ne pensate? Ho ben interpretato i messaggi insiti nella narrazione?
Laura