Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi di un libro che non cerca di stupire, ma di rasserenare. “Da Shippo. Pasti caldi e gatto ospitale” di Yuko Takahashi appartiene alla categoria di letture che non promettono scosse narrative, ma quiete. Il titolo e la copertina giocano tutto sull’atmosfera: un gatto, una pentola di terracotta — il donabe — e un piccolo locale giapponese dove ogni piatto è un gesto di conforto e ogni cliente porta una storia in cerca di calore.
La struttura è quella di un romanzo corale, suddiviso in capitoli, uno per ogni personaggio come se ognuno di loro fosse un ingrediente che si unisce, lentamente, alla stessa zuppa.
La cucina, in questo libro, non è solo nutrimento ma rituale. Io, che ho sempre avuto un legame profondo con la cucina, ho ritrovato nelle pagine di Takahashi la sacralità dei piccoli gesti quotidiani: il lavaggio del riso, l’attesa, la delicatezza nel servire un piatto caldo. Dietro ogni ricetta giapponese — e specialmente quelle preparate nel donabe — c’è la filosofia del tempo che trasforma la pietanza e allo stesso tempo ammorbidisce l’anima.

Il gatto, poi, è l’altra figura chiave. In Giappone, come in gran parte dell’Asia, il gatto è un archetipo: ponte tra mondi, spirito domestico, presenza silenziosa che osserva e consola. È l’animale che vive a metà fra il visibile e l’invisibile, custode di soglie. Nella tradizione giapponese si crede che l’aldilà si trovi in fondo al mare — un luogo di quiete e mistero — e il gatto, con la sua natura contemplativa, sembra appartenere proprio a quella dimensione intermedia, dove le anime trovano riposo.
In Occidente, invece, il gatto è spesso simbolo di indipendenza, a volte di superbia o magia, ma raramente di accoglienza. Dove noi vediamo distacco, l’Oriente vede compassione silenziosa. Questo divario culturale spiega perché le “locande con un gatto” siano un topos letterario così diffuso in Giappone: il felino non è solo un animale, ma la personificazione di un luogo dell’anima in cui è possibile guarire.
Takahashi ambienta tutto in un piccolo ristorante, il tipo di locale che in Giappone rappresenta un microcosmo di relazioni. Non è solo un posto dove si mangia: è uno spazio di condivisione e cura. Il padrone conosce i clienti e chi entra lo fa non solo per saziare la fame, ma per scaldarsi il cuore. È un mondo che, pur nella sua semplicità, si avvicina al concetto di “omotenashi”, l’ospitalità gentile e rispettosa che non si ostenta ma si vive.
In Italia, un luogo simile potrebbe essere una trattoria di paese o un bar di quartiere: luoghi dove ci si chiama per nome, dove il tempo non corre. Eppure la differenza c’è: nella trattoria italiana vincono la socialità, la parola, la battuta; nel ristorante giapponese dominano il silenzio, la ritualità e il rispetto dei ritmi naturali.
Per me, letture come questa sono utili perché, dopo romanzi intensi o riflessioni pesanti, ho bisogno di storie che mi permettano di respirare, di lasciare che il cervello si rimetta in ordine. Eppure non posso fare a meno di notare come il mercato editoriale stia cavalcando in modo un po’ opportunistico questa tendenza: la “brevità” è diventata una moda. Libri agili, trame leggere, frasi brevi — come se la letteratura dovesse competere con TikTok. È lo stesso meccanismo della rete: contenuti dopaminici, rapidi, che illudono di farci bene ma in realtà saturano la mente e la rendono incapace di fermarsi.
Anche nella lingua si avverte questa deriva. Il neoitaliano, con i suoi anglicismi e abbreviazioni, è un sintomo di velocità: certo, è normale che una lingua evolva, ma ciò che mi dispiace è vederla perdere la sua “arte”, quella musicalità che richiedeva tempo e attenzione.
“Da Shippo: pasti caldi e gatto ospitale” mi ha ricordato che la lentezza non è un difetto, ma un dono; che un piatto di riso bollente, servito con cura, può dare più conforto di mille parole dette di fretta e che la letteratura, come la cucina, ha bisogno di un fuoco lento e paziente per essere davvero nutriente.
Laura
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