“Isole di sangue” di James Kestrel

Ciao a tutti sono Laura. Oggi vi parlo della mia ultima lettura, un misto di generi che non so ben definire.

Ho letto “Isole di sangue” di James Kestrel, pubblicato nel 2021 e vincitore di un premio letterario nel 2022, con aspettative alte, attratta dalla promessa di un noir storico capace di unire indagine e grande affresco bellico. Eppure la mia esperienza è stata meno coinvolgente di quanto sperassi, al punto che il libro mi ha lasciata fredda, nonostante la cura evidente dietro il progetto.

Già dai ringraziamenti si intuisce l’ampiezza della ricerca che sta alla base del romanzo: lo studio delle armi, la dinamica delle scene violente, perfino le autopsie, unite a testimonianze di guerra, reale vissuto e cultura. Tutto contribuisce a rendere credibile il contesto, che si colloca tra il Pacifico, il Giappone, Taiwan, le Filippine e l’Australia, nel pieno della Seconda guerra mondiale. L’ambientazione è uno dei punti più riusciti, con tanto di cartina geografica e grande attenzione ai dettagli.



La struttura è suddivisa in brevi capitoli, raggruppati in tre parti: dalla Honolulu del novembre 1941 al drammatico passaggio per Wake Island e Hong Kong, fino all’approdo a Tokyo e al ritorno alle Hawaii negli anni conclusivi del conflitto. Questo andamento scandito da date e luoghi ricostruisce un itinerario preciso, ma allo stesso tempo dilata e appesantisce la narrazione.

La vicenda investigativa, che inizia come un noir classico con un omicidio a Honolulu, viene presto oscurata dal peso della guerra. Il protagonista, Joe McGrady, rimane intrappolato a Hong Kong e “rastrellato” solo per il fatto di essere americano, anche se il destino lo avrebbe travolto ugualmente in quanto alleato. Riceve l’aiuto di un giapponese (che alla domanda se sia pacifista risponde: “perché no?”). Entra così in scena la figlia del benefattore e con essa un filo emotivo che lega la vicenda privata a quella storica.

Ciò che avrebbe potuto essere un noir serrato si trasforma in una storia sentimentale che, parallelamente alla guerra, si insinua nella vita del protagonista e diventa la sua quotidianità. Ho apprezzato l’immersione nella dimensione domestica giapponese, con le usanze, i gesti e le abitudini raccontate con cura, ma ho trovato che la tensione investigativa perdesse progressivamente forza. Il caso iniziale resta sullo sfondo, sospeso, forse perché la guerra è l’unico vero fattore capace di decidere il destino dei personaggi.
Il protagonista aveva una relazione prima della guerra, ma non ha mai chiuso la sua storia, è la guerra che glielo impedisce, separandolo e silenziando la comunicazione. Ma mi è comunque parso superficiale da parte dell’autore.

Un’ultima osservazione riguarda il titolo italiano, “Isole di sangue”, che trovo assolutamente inappropriato. Spinge su un registro cruento e sensazionalistico che non rende giustizia alla complessità del romanzo. L’originale “Five Decembers” restituiva invece il respiro temporale e la scansione storica della vicenda, con un tono più sobrio e significativo.

Laura

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