“I terrestri” di Murata Sayaka

Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo nuovamente di Murata Sayaka. Non farò la classica recensione, ma un po’ una panoramica sulla sua produzione in generale, che ricalca sempre sulle stesse tematiche: conformismo, diversità, obblighi sociali e tentitivi di “fuga”.

Leggere “I terrestri” è come immergersi nella mente di una bambina che custodisce un universo segreto fatto di magie, alieni e peluche parlanti. Natsuki, la protagonista, si sente estranea al suo ambiente familiare, con adulti che la feriscono con parole e atteggiamenti mortificanti, e si rifugia in un’immaginazione fervida: Pyūt, il suo peluche, è un salvatore alieno che le dona poteri e una missione, e Yuu, il cugino, è un altro esule dalla “Fabbrica” che condanna l’uniformità sociale (l’immagine della fabbrica di esseri umani mi fa scattare alla memoria il libro di Cécile Bodin “La fabbrica dei destini invisibili” che produceva manodopera e sollazzo per i notabili).


In queste pagine la normalità diventa una forma di tortura, merita di essere sospesa, sovvertita, perchè impone ruoli insostenibili, modelli ciechi d’adesione che schiacciano l’individualità. Nel mondo dell’autrice, la società è una macchina che produce automi umani, e i “terrestri” sono quelli che non si conformano — e che per questo vengono considerati mostri. Natsuki e Yuu trovano nell’essere alieni una forma di libertà, un modo per sopravvivere a un contesto che nega la gentilezza, la fantasia, il desiderio autentico.

Quello che emerge a un livello più profondo, sfuggendo alla trama, è un tema che attraversa tutta la produzione dell’autrice: la normalità come gabbia. Che si tratti di Keiko, la commessa del konbini che trova nella routine alienante un ritmo rassicurante, oppure di corpi riproduttivi sottoposti a norme distopiche o di personaggi che negano il sesso o la riproduzione, Murata Sayaka ci dimostra che a volte la ribellione più radicale è la scelta silenziosa e personale di sottrarsi alle aspettative. La libertà, nei suoi mondi, non si conquista gridando, ma resiste fra le crepe del reale, nel silenzio, nella parola che non si pronuncia.

In “Le quattro casalinghe di Tokyo” di Natsuo Kirino, la violenza esplode nella realtà, ma racconta qualcosa di simile: donne intrappolate in ruoli che sanno improvvisamente di non poter più sostenere. Il romanzo ha un impianto noir, feroce, che ci costringe a confrontarci con la solitudine, l’umiliazione, la povertà emotiva e materiale. Quando Yayoi uccide il marito, l’atto – per quanto mostruoso – è l’unico gesto possibile per affermare, anche crudelmente, la propria esistenza. L’aiuto delle colleghe non nasce dall’empatia, ma dalla convenienza, ed è proprio lì che si scorge la tragedia di un mondo che non lascia spazio alla tenerezza — o forse l’ha già cancellata. Kirino scava nell’anima di donne ordinarie improvvisamente protagoniste — e non eroiche — di gesti estremi: non sono principesse, ma sopravvissute spietate ([Wikipedia][7], [Wikipedia][8], [bookmorning.it][9]).

Ecco il primo affondo del confronto: Murata ci sorprende con la fantasia che resiste alle parole non dette, al corpo negato; con opere disturbanti ma delicate nella misura del disagio. Kirino ci scuote con la violenza che nasce dalle ferite della quotidianità, da una vita ingabbiata nella sopportazione. Entrambe mostrano che il femminile in Giappone è una zona di conflitto: l’una con i tabù interiorizzati che vengono traghettati nell’anomalia, l’altra con la violenza che scoppia dove l’anormalità diventa resistenza.

Il messaggio che traspare da tutte le opere di Murata è che essere diversi non è un difetto, ma forse l’unica via verso l’onestà con sé stessi. Nei suoi mondi, l’alienazione è un atto di coraggio. In Kirino, la frattura diventa gesto estremo: l’orrore è già dentro, nascosto nella banalità, e solo la rottura può farlo emergere.

Ciò che accomuna le due autrici è la profondità del riconoscimento: persone invisibili, fragili, mute, portate al limite. La forma di erosione che Murata racconta è psicologica, sotterranea, salvifica. Quella di Kirino è fisica, feroce, purificatrice. In entrambe c’è una richiesta urgente: mostrami dove posso essere libera, o dove può finire l’empatia. E forse la risposta sta in quel silenzio pieno che solo i libri più inquietanti possono lasciare dentro.

Laura

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