Ciao a tutti, sono Laura!
Questo libro mi è arrivato grazie a Elena, che ha talento nello scegliere storie che mi incuriosiscano. Era un periodo in cui sentivo il bisogno di leggere qualcosa che unisse mistero, arte e una certa vena filosofica, e “L’Apocalisse” di Robert Schneider è stato un buon compromesso. Negli ultimi tempi mi sono avvicinata alle pubblicazioni di Neri Pozza, casa editrice che apprezzo per la cura con cui seleziona romanzi capaci di restare impressi, anche quando si muovono sul filo del paradosso o della stranezza. Il fatto che la storia girasse attorno a una partitura inedita attribuita a Bach ha fatto il resto: non potevo non leggerlo.
Il titolo originale dell’opera, “Die Offenbarung”, significa letteralmente “La Rivelazione”, ma la traduzione italiana, “L’Apocalisse”, riesce a cogliere un’altra sfumatura, più viscerale e perturbante. Non si tratta solo di una scoperta, ma di una sorta di svelamento traumatico, che trasforma il protagonista e innesca una catena di eventi misteriosi. Una parola carica di potenza simbolica e spirituale, che trova pieno senso nel cuore della narrazione. La traduzione italiana ha, a mio parere, saputo interpretare con intelligenza l’ambivalenza del titolo tedesco, scegliendo un termine che suggerisce insieme fine, rivelazione e visione. La pubblicazione originale risale al 2007 in Austria e la traduzione italiana è arrivata due anni dopo, nel 2009, per la collana “I narratori delle tavole” di Neri Pozza, dedicata ad autori capaci di intrecciare narrazione e riflessione in modo raffinato e accessibile.

Jakob Kemper, il protagonista, è un uomo che sembra uscito da un racconto grottesco e malinconico allo stesso tempo. È organista a Naumburg, nella chiesa di San Venceslao, dove suonò anche Johann Sebastian Bach. Vive una vita modesta, quasi trasparente, fatta di lezioni a studenti privi di talento e tentativi falliti di imporsi nel mondo della musica. Quando alcuni membri della Bach-Gesellschaft arrivano in città per valutare il restauro dell’organo, Jakob trova nascosta tra le canne una partitura sconosciuta: “Apocalypsis Beati Ioannis Apostoli Oratorio”. A partire da questo momento, la sua vita cambia radicalmente. Si chiude in casa, ossessionato dallo studio di quell’opera, tormentato da sogni, visioni e inquietudini. La scrittura di Schneider, in bilico tra ironia e inquietudine, riesce a restituire con forza questo slittamento verso l’allucinazione e il delirio. Il tono resta lieve, a tratti comico, ma sotto la superficie si muove qualcosa di più profondo: una riflessione sulla genialità, sull’arte e sulla follia.
Jakob è un personaggio che non si dimentica. Goffo, eccentrico, talvolta patetico, ma anche tenero e ostinato nella sua devozione alla musica. In certi passaggi mi ha ricordato i personaggi di Woody Allen per la loro capacità di suscitare tenerezza e ilarità insieme, ma anche Forrest Gump, per quell’ingenua fiducia nella vita e nell’arte. Jakob, però, è anche un uomo profondamente solo, che si aggrappa alla musica come a un’àncora per non sprofondare nel nulla. La sua ossessione per Bach, il suo desiderio di capire, di penetrare il mistero della partitura, lo portano sull’orlo della rovina, ma anche su quello della rivelazione. Il fatto che la musica diventi una soglia per accedere a un’altra dimensione dell’esperienza umana – visionaria, apocalittica – è una delle intuizioni migliori del romanzo.
Il ritmo è coinvolgente, la prosa chiara pur essendo ricca di sfumature. C’è una leggerezza che non è mai superficialità, ma intelligenza narrativa: l’autore sa quando spingere sull’ironia e quando lasciare che sia il silenzio a parlare. Schneider costruisce un’atmosfera ambigua, quasi onirica, in cui la realtà perde i suoi contorni e la musica assume un potere mistico.
Non ci sono, almeno finora, trasposizioni cinematografiche o televisive di questo romanzo, ma penso che ne verrebbe fuori un film straniante e visivamente ricco, forse un’opera capace di cogliere sia l’assurdo quotidiano sia l’estasi mistica. Sarebbe interessante vedere come verrebbero rese le visioni di Jakob, il crescendo della partitura, il lento scivolare verso l’ossessione.
Mi porto via da questa lettura un senso di gratitudine per aver incontrato un personaggio così fuori dagli schemi, così umano nella sua fragilità. Mi ha fatto riflettere sul ruolo che l’arte può avere nella nostra vita: non come ornamento o passatempo, ma come esperienza che ci mette di fronte all’ignoto, ci trasforma, ci interroga. La musica, in questo libro, è una voce che chiama da un altrove e Jakob è forse l’unico disposto ad ascoltarla fino in fondo, anche a costo della sua stabilità.
È una lettura che consiglio a chi ama i romanzi con una storia particolare, profonda ma senza prendersi troppo sul serio. A chi cerca un thriller serrato o una narrazione più convenzionale forse non piacerebbe. Ma chi è disposto a lasciarsi trasportare da una storia eccentrica, misteriosa, dolceamara, avrà molto da guadagnare.
Io, sicuramente, continuerò a cercare stimoli letterari nuovi, e a fidarmi – ancora – dei consigli di Elena.
Laura
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