Ciao a tutti sono Laura e oggi vi parlo di un altro romanzo di Tracy Chevalier, autrice che ho scoperto solo di recente (questo può essere sia positivo, perché ho tanto da leggere, sia negativo, per tutto quello che mi sono lasciata sfuggire fino ad ora. Però voglio vederla positivamente e gioisco al pensiero di chissà quanti altri autori scoprirò e quanta bellezza troverò e quali curiosità susciteranno in me queste “nuove” scoperte).
“La dama e l’unicorno” di Tracy Chevalier è un romanzo che ci porta tra Parigi e Bruxelles, tra il 1490 e il 1492. Due anni appena, ma densi di contrasti, soprattutto quello tra la Parigi caotica e fiera di sé e la più periferica Bruxelles, considerata dai parigini un gradino più in basso in ogni ambito. Lo stesso periodo in cui si collocano altri romanzi che sto leggendo o che ho in lista, come Notre-Dame de Paris (ambientato proprio pochi anni prima) e testi coevi che però hanno come teatro la Spagna, in particolare “Il libro di zaffiro” e “Per mare e per terra”.

Tanti sono i temi toccati dal romanzo, partiamo dal rapporto genitori-figli: cambiano le epoche, ma non la complessità di queste dinamiche. La figlia ribelle che accusa la madre di essere opprimente, la madre che rivede in lei la ragazza che fu e che accetta una sorta di compromesso: “le figlie mentono e le mamme fanno finta di crederci”. Una frase che racchiude in poche parole secoli di conflitti generazionali.
Poi c’è l’arte. L’artista incaricato dei bozzetti degli arazzi è vanitoso, presuntuoso e – a mio avviso – detestabile. Non riesco neppure ad attribuire reale valore al suo talento, tanto la sua persona risulta antipatica. E la cosa interessante è che non sono la sola a pensarla così: diversi personaggi lo percepiscono allo stesso modo. È un uomo che si crede superiore, che non incarna nessun valore.
Il romanzo mette poi a confronto due matrimoni molto diversi: quello del committente, dove la moglie serve solo a garantire un erede maschio e perde ogni considerazione quando non lo genera, restando relegata al ruolo di semplice accompagnatrice mondana; e quello del tessitore, che invece riconosce l’intelligenza della moglie e la tiene in considerazione (mi sono annotata una frase detta proprio da questa donna: <<I fili dell’ordito sono più grossi di quelli della trama… come il lavoro di una moglie che non salta agli occhi ma è indispensabile>>). Due modelli che mostrano come, già allora, la posizione della donna dipendesse fortemente dal contesto e dall’uomo accanto a lei.
La religione è una presenza costante e “ingombrante”, quasi un ritmo che scandisce la vita. Non solo con le grandi ricorrenze — che diventano riferimenti temporali, ad esempio: “il lavoro deve essere concluso entro l’inizio della Quaresima” oppure “annunceremo il tuo fidanzamento il giorno della Pentecoste” — ma anche con il tempo quotidiano: la sesta, l’ora nona, la compieta. È un mondo impregnato di fede, dove il calendario liturgico è la vera ossatura del tempo.
Altro tema che ho già trovato nei romanzi della Chevalier è il contrasto tra artista e artigiano. Qui il pittore, che vive di estro e riceve onori e denaro, si contrappone al tessitore, che invece lavora duramente e riceve paga misera e nessun riconoscimento. Lo stesso contrasto che avevo notato ne “La ragazza con l’orecchino di perla” tra il pittore e i ceramisti: vita di agio da un lato, fatica e rischio (dovuto ai forni di cottura) dall’altro.
Mi ha colpito anche il riferimento alle corporazioni, le gilde che regolavano i mestieri. Qui sono i tessitori, in “Annus mirabilis” di Geraldine Brooks che ho appena letto erano i minatori: un filo che torna nei romanzi ambientati in epoche dove il lavoro artigiano era regolato con rigore e rigidità.
Il tema della tessitura ritorna in modo inaspettato: non sapevo che “La dama e l’unicorno” fosse su un arazzo (ignoranza mia). Ultimamente mi capita spesso questo particolare nelle letture: tessitori, tessitrici e riferimenti al mito di Aracne e trappole “ordite” come tele di ragno.
Ci sono dettagli storici affascinanti, come la differenza tra le valute — livres parisis e livres tournois con il richiamo etimologico alla lira, misura di argento prima che moneta.
Non mancano collegamenti con Notre-Dame de Paris: l’artista si vanta della superiorità della cattedrale di Parigi rispetto alle altre “Notre-Dame” sparse in Europa, disprezzando quelle di Bruxelles. Racconta anche di una piazza gremita di borseggiatori, che prosperano nonostante le impiccagioni, perché i ricchi, rapiti dallo splendore della cattedrale, sono facile preda. E nella mia mente si crea un collegamento diretto alla “corte dei miracoli” di Hugo.
Tra i personaggi, la figura di Aliénor – la figlia del tessitore – è la mia prediletta. Cieca dalla nascita, ha affinato tatto e udito al punto da non sentire la sua condizione come una mancanza. Eppure, scopre che i genitori pensano di darla in sposa a un “tintore puzzolente” (ma il suo difetto principale è essere un emerito str***o), pur di non tenerla come peso in bottega. Piange e pensa che i suoi occhi, almeno in quello, sono come gli occhi di tutti. La sua frase “lui e io siamo ciò che resta in fondo al barile” descrive in modo disarmante il destino di lei e del promesso sposo.
Eppure, sul finale, mi ha lasciata un po’ amareggiata: la relazione con l’artista come ribellione può avere un senso, ma la freddezza verso il ragazzo che l’ha sempre amata di nascosto e che la salva (sia dal tintore che dall’ira del padre) assumendosi la “responsabilità” della gravidanza e la paternità del figlio che non è suo, l’ho trovata ingiusta e crudele. Lui conclude tristemente: “non mi ha mai ringraziato”.
Un aspetto stilistico molto riuscito è la narrazione a più voci: ogni capitolo porta il nome del personaggio narrante e la storia ci arriva in prima persona. Così i protagonisti vengono descritti sia da sé stessi sia dagli altri, creando un gioco di specchi che a volte conferma e a volte smentisce le impressioni. È un dispositivo narrativo che funziona e che rende i personaggi tridimensionali.
L’epilogo racconta con asciuttezza le sorti reali dei personaggi, si tratta pur sempre di fatti realmente accaduti. Infatti, nelle note finali l’autrice chiarisce la natura del romanzo: una finzione basata su congetture plausibili. Non si conosce l’autore dei bozzetti, ma la tecnica del millefleures usata nell’arazzo rimanda a Bruxelles.
Interessante anche il resoconto delle vicende dell’arazzo nei secoli successivi fino al restauro e alla collocazione nel museo.
Apprezzo molto che la Chevalier si prenda la briga di studiare fonti storiche e culturali perché questo lavoro emerga nella scrittura. È una caratteristica che ho trovato anche negli altri suoi romanzi e che li rende preziosi.
In “La dama e l’unicorno” non c’è un vero lieto fine: i personaggi restano tutti un po’ scontenti, eppure ciascuno ottiene qualcosa che desiderava, giusto o sbagliato che fosse. Ricorre spesso una frase, “c’est mon seul desire”, che diventa quasi il filo conduttore: ognuno insegue il proprio unico desiderio… e ne paga il prezzo.
Ditemi la vostra nei commenti. Ultimamente mi piacciono i romanzi storici, romanzata sì ma avvalorati da fonti affidabili, avete consigli per me?
Laura