“Annus Mirabilis” di Geraldine Brooks

Ciao a tutti, sono Laura e oggi vado a recensire un libro che mi è capitato sotto gli occhi per caso e mi ha subito intrappolata. Sentivo di doverlo leggere.

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Il titolo originale del romanzo d’esordio di Geraldine Brooks, pubblicato nel 2001, è Year of Wonders. In italiano è stato tradotto con Annus Mirabilis, una scelta che si rifà a un testo autorevole del XVII secolo in cui il 1666 veniva definito proprio così, anno mirabile. Un’espressione che sembra in contrasto con i fatti inglesi: quello fu l’anno della peste, della guerra con l’Olanda e del grande incendio di Londra. Nelle note al romanzo, l’autrice sottolinea come la definizione sia quasi paradossale, ma non spiega la ragione della sua scelta. Io credo che, nel contesto della storia di Anna, la protagonista, il senso di un “anno delle meraviglie” emerga proprio dalla possibilità, nata in mezzo al dolore e alla distruzione, di studiare, accrescere la propria conoscenza e gettare le basi per una nuova vita.


— SPOILER: Anna approderà a Orano, città dell’Algeria patria di arabi andalusi, un crocevia di culture e di persone, lo stesso tipo di luoghi che il suo affittuario Viccards, il sarto girovago, le aveva fatto sognare con i suoi racconti. Lui, il primo appestato, le aveva aperto un orizzonte che si contrapponeva a quello ristretto del marito defunto, uomo buono ma legato unicamente al piccolo villaggio. – – – FINE SPOILER.



Anna è un personaggio che fin dalle prime pagine rivela un forte pragmatismo. Quando l’affittuario le racconta di una donna costretta a vendersi, lei dice che non può giudicarla, perché non conosce le motivazioni che l’hanno spinta a farlo. E afferma: <<Se stai annegando nella fogna, la tua prima preoccupazione è che stai annegando, non la puzza che mandi>>. Una frase che mi ha colpito per il suo realismo e che mi fa pensare a quanto Anna anteponga la necessità pratica alla moralità o alle convenzioni. È un atteggiamento che condivido, e che mi sorprende di non ritrovare in altri romanzi storici come quelli di Elodie Harper su Pompei, dove gli schiavi sembrano preoccuparsi più di gelosia e orgoglio che di sopravvivenza. In situazioni estreme, credo anch’io che la priorità debba essere la vita e che i compromessi siano inevitabili.

Tra i personaggi che circondano Anna, spicca Anys Gowdie, la guaritrice, insieme alla zia anziana. Donne sagge e indipendenti, ma vittime di superstizioni e fanatismi, finiranno massacrate dalla folla che le accusa di stregoneria, un episodio che mostra la brutalità e l’irrazionalità a cui può portare la paura della peste (e l’ignoranza).
Importanti sono anche il rettore e sua moglie. Lui appare inizialmente come un uomo giusto, ma la sua fede si rivela intrisa di fanatismo e follia, fino a distruggerlo. Sua moglie invece, pur segnata da una colpa grave nel suo passato, diventa una figura luminosa: si dedica senza riserve ai malati e trasmette ad Anna le basi di latino e medicina. Dice di avere usato, all’inizio, la luce del marito per illuminare i suoi passi, finché imparò a guardare il mondo sotto quella luce e a riaccendere la propria. E, parlando di Anna, afferma di avere visto in lei una fiammella e di essersi limitata a proteggerla con un vetro. A me sembra una metafora bellissima del potere dello studio, che custodito e nutrito può far brillare una vita intera.

La peste nel romanzo è descritta nei suoi aspetti più crudeli, non solo come malattia fisica ma come detonatore di superstizione, fanatismo religioso e malvagità umana.
La scena della morte del figlio di Anna mi ha ricordato subito l’episodio della madre di Cecilia ne I Promessi Sposi. Ma mentre Cecilia sembra serena e la madre composta depone la figlia sul carro con delicatezza, il bambino di Anna è devastato dal morbo e la reazione della madre è rabbiosa, furiosa contro il becchino che lo getta via come un rifiuto. È un contrasto forte, che mostra due modalità opposte di affrontare la perdita.

Tra le frasi che ho segnato, una in particolare rappees una verità in ogni contesto: “La conoscenza non è in sé per sé malvagia, ma è l’uso che se ne fa che può mettere in pericolo l’anima.” È una riflessione universale, che spiega come il sapere possa diventare strumento di crescita oppure di rovina, a seconda delle mani che lo impugnano (anche qui, i riferimenti ai promessi sposi ci sarebbero se pensiamo al “latinorum” di Don Abbondio).

Quindi è per questo che, secondo me, il titolo Annus Mirabilis acquista un senso che va al di là di quello voluto dall’autrice. Non tanto anno di catastrofi, quanto anno in cui la meraviglia della conoscenza riesce a germogliare anche dal dolore, aprendo la mente e creando i presupposti per una rinascita. È il paradosso che trasforma un tempo segnato dalla morte in un’occasione di crescita.


Questo romanzo si intreccia con altre letture che ho fatto e che farò. Mi ha riportata a pensare alla peste di Milano del 1629-1630 raccontata da Manzoni, alla Delft del 1666 de La ragazza con l’orecchino di perla, e mi prepara ad affrontare L’avvelenatrice di uomini, ambientato a Roma e Palermo nel Seicento, che tratterà ancora il tema della malattia, ma in una chiave più legata al thriller. E poi ci sono le letture future dedicate al mondo arabo-andaluso e alla Spagna musulmana, come Il libro di zaffiro e Per mare e per terra, che pur ambientati due secoli prima rispetto alla vicenda di Anna, mi aiuteranno a capire meglio la città di Orano, crocevia di culture dove la protagonista sceglie di rinascere.

Scrivetemi nei commenti se, con queste mie divagazioni, ho incuriosito anche voi.
Laura

3 pensieri riguardo ““Annus Mirabilis” di Geraldine Brooks

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  1. Gentile Laura, la ringrazio per la recensione e per le sue interessanti riflessioni. sono la traduttrice di Annus Mirabilis e vorrei spiegarle il significato della scelta di questo titolo. “Annus mirabilis” è la famosa locuzione latina, usata per la prima volta in assoluto dal grande poeta John Dryden come titolo di un suo famoso poema dedicato all’anno 1666, così detto per il Grande incendio di Londra. A causa di quell’incendio poi si sviluppò anche una grave epidemia di peste nera, di cui parla il romanzo. Il titolo scelto dalla Brooks, A Year of Wonders, è semplicemente la traduzione inglese di Annus Mirabilis. Il significato è “anno di portenti, anno di avvenimenti che suscitano meraviglia” e quindi un anno da ricordare, di svolta. Mentre nel mondo anglofono la traduzione inglese della locuzione è subito ricondotta all’anno in questione e ai suoi avvenimenti grazie al famoso poema, i lettori italiani non avrebbero fatto questo collegamento, dato che il poema di Dryden da noi è noto solo agli specialisti. Dunque ho mantenuto la locuzione latina, più classica e originale, che comunque è stata usata anche per indicare altri anni speciali.
    Francesca Diano

    1. Wow, che splendida sorpresa leggere il suo commento! La ringrazio di cuore per aver dedicato del tempo alla mia recensione; è un vero onore e un immenso piacere poter dialogare direttamente con chi ha dato voce italiana a questo romanzo così intenso.
      La ringrazio tantissimo per aver condiviso questo prezioso approfondimento. Nel mio articolo citavo il titolo proprio perché ne sono rimasta affascinata: conoscevo il riferimento al 1666 e all’opera di Dryden, ma la sua spiegazione sul perché sia stato necessario il ‘ritorno’ al latino per noi lettori italiani è illuminante!
      Trovo che la scelta di Annus Mirabilis sia magistrale perché dà una solennità storica che la traduzione letterale avrebbe smorzato. E, per mia interpretazione personale, questo titolo racchiude perfettamente il cuore del libro: un anno di tragedie immani che però può trasformarsi in un prodigioso percorso di resilienza e rinascita.
      Grazie ancora per il suo splendido lavoro e per aver arricchito questa riflessione con il suo contributo professionale. Un caro saluto!”

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