“Eravamo poveri, ma di quella povertà di cui non ti rendi neanche conto, perché tutti sono messi male come te.”

“Eravamo poveri, ma di quella povertà di cui non ti rendi neanche conto, perché tutti sono messi male come te.”

Questa frase, incontrata quasi per caso tra le pagine di un libro, ha acceso in me una riflessione che da giorni non si spegne. Mi ha riportata con il pensiero indietro nel tempo, non alla mia infanzia, ma a quella di chi è venuto prima di noi. A cento anni fa o più, quando la povertà era una condizione evidente, ma non ancora problematizzata nel senso moderno del termine. Nessuno si sentiva davvero povero, perché era semplicemente la norma: case senza comfort, lavoro duro fin da piccoli, pasti semplici, pochissimi oggetti personali. Non esisteva il confronto con chi aveva di più, semplicemente perché non si vedeva. Nessuno ostentava nulla, nessuno veniva escluso per non avere l’ultimo modello di qualcosa.

Era una povertà concreta, di pane e vestiti, ma anche una povertà condivisa, che non umiliava. Una povertà che non faceva rumore, perché nessuno faceva la differenza tra chi aveva poco e chi aveva pochissimo.

Oggi, viviamo in un’altra epoca. Abbiamo superato – almeno qui – quella fame letterale. Abbiamo le case riscaldate, l’acqua calda, i frigoriferi pieni, e più dispositivi elettronici di quanti possiamo effettivamente usare. Abbiamo accesso a cure, informazioni, viaggi, servizi. Eppure, qualcosa manca. E quella mancanza ha il sapore sordo e persistente delle povertà che non si vedono.

Non parlo della povertà materiale, che purtroppo esiste ancora, ma di un’altra forma di vuoto. Quello che sentiamo quando ci accorgiamo che il tempo non basta mai. Che le relazioni si sfaldano. Che le giornate si rincorrono senza un senso preciso. Che la connessione digitale ha sostituito il contatto umano, ma non lo ha compensato. Siamo pieni di cose, eppure spesso ci sentiamo vuoti.

È una povertà nuova, più difficile da nominare. Siamo poveri di tempo vero, quello non programmato, non produttivo. Poveri di ascolto reciproco, perché abbiamo tutti fretta di dire. Poveri di attenzione, di silenzio condiviso, di presenza reale. È una povertà che cresce in silenzio, perché è diffusa, perché “normale”, perché – ancora una volta – ci riguarda tutti.

E forse è proprio questo che rende questa nuova povertà così pericolosa: non ce ne rendiamo conto. Perché tutti, più o meno, siamo messi allo stesso modo. Inseguiamo qualcosa – non sempre sappiamo cosa – in un mondo che ci vuole costantemente attivi, presenti, reattivi. Ma quando ci fermiamo, anche solo un momento, ci accorgiamo che qualcosa dentro di noi è rimasto indietro. O vuoto. O stanco.

Mi chiedo spesso se non sia il momento di riconoscere questa nuova forma di povertà per quella che è: la povertà delle relazioni autentiche, del tempo lento, della profondità. Non per tornare indietro – non si tratta di idealizzare il passato – ma per recuperare ciò che abbiamo perso per strada. Una presenza più piena. Un ritmo più umano. Una vita che non sia solo da esibire, ma da sentire.

Forse la vera ricchezza, oggi, è proprio questa: riscoprire l’essenziale. Le parole dette con cura. Il silenzio che non mette a disagio. Un pomeriggio senza notifiche. Un gesto gratuito. Un tempo condiviso senza l’ansia di dover fare.

E allora mi domando: oggi, di cosa siamo poveri davvero?

Laura

5 pensieri riguardo ““Eravamo poveri, ma di quella povertà di cui non ti rendi neanche conto, perché tutti sono messi male come te.”

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  1. Bello scritto, condivido.
    Mi viene sempre in mente una frase della buonanima del cardinale Biffi per descrivere la nostra società occidentale malata “sazi e disperati”.
    Buona giornata

  2. Siamo iperconnessi, tanto da sviluppare condizioni psicologiche come la FOMO, ma la vicinanza emotiva sta sparendo sempre di più. C’è tanta povertà d’animo ai giorni nostri purtroppo

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