“La ricamatrice di Winchester” di Tracy Chevalier

Non c’è niente di più bello che leggere un libro e sentirsi trasportati in un altro tempo, un’altra vita. Ed è proprio quello che mi è successo con “La ricamatrice di Winchester” di Tracy Chevalier, il primo romanzo che leggo di questa autrice. Anche se il suo romanzo d’esordio è stato “La Vergine azzurra”, è con il secondo, “La ragazza con l’orecchino di perla”, che ha raggiunto il successo mondiale.

Il titolo originale di questo libro, “A Single Thread” , è già di per sé evocativo. Un “filo singolo” che può riferirsi a un filo da ricamo o a una ragnatela della trama, ma anche il “thread” in senso informatico, ossia una discussione specifica su un argomento. Quale immagine avrà voluto evocare l’autrice? Io ritengo volesse simboleggiare la protagonista, un filo singolo capace però di realizzare qualcosa di speciale, invisibile a uno sguardo superficiale.



La protagonista, Violet, è una donna “in eccedenza”. In un’epoca in cui il matrimonio era l’unica via per una donna, Violet, ormai 38enne e con un promesso sposo morto in guerra, è considerata una “povera zitella”. Invece di cedere alla disperazione, decide di emanciparsi e di iniziare una nuova vita a Winchester, lontano dalla sua opprimente madre. Si unisce così a un gruppo di ricamatrici legate alla Cattedrale di Winchester, dove stringe una sincera amicizia con Gilda e incontra Arthur Knight, un campanaro sui sessant’anni che risveglia in lei sentimenti inaspettati.

La Chevalier ha la capacità di conciliare fatti storici e dettagli artistici, musicali e architettonici con personaggi reali, come la ricamatrice Louisa Pesel, fondendoli in una storia godibile e scorrevole. Il narratore ci guida attraverso le vicende dal punto di vista di Violet, che vive i fatti contemporaneamente allo svolgersi della storia, senza dare un giudizio sul riscontro delle sue azioni e senza sapere cosa le riserverà il futuro.

Ho annotato alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito. La prima, durante la benedizione dei cuscini ricamati per la cattedrale, in cui Violet pensa che, non avendo figli, quel cuscino sarà la sua traccia, il suo “lascito” che durerà per sempre. Un’altra, che riflette la rigidità dell’epoca, in cui si temono le donne con idee “così progressiste”. Ma la più significativa è forse “A volte basta un filo per cambiare la trama”, dove il “filo” può essere quello di un ricamo o un pensiero, e la “trama” può essere l’intreccio del tessuto oppure la vita stessa (e qui si racchiude l’essenza del titolo originale secondo me).

Questo romanzo sfiora il tema delle “donne in eccedenza”, un termine giornalistico usato per descrivere quelle donne che non rientravano nel tradizionale schema del matrimonio, considerate una minaccia per la società. È un problema sociale che George Grissing ha affrontato anche nel suo libro “Le donne di troppo”, ambientato alla fine del 1800.

La storia mi ha colpito anche per un riferimento alla musica delle campane e ai suoi complessi schemi matematici. Il campanaro, Arthur Knight, ammette che pochi capiscano quest’arte, ma non per questo la sminuisce. Si può apprezzare una cosa bella anche senza comprenderla pienamente. E proprio mentre leggevo queste pagine, nella mia chiesa si era appena tenuto per la prima volta un concerto di campane. Anche se non ne avevo capito i meccanismi, non ho potuto fare a meno di trovarlo estremamente bello. Leggere poi degli schemi, delle scale discendenti e tante altre “regole”, mo ha fatto apprezzare sia il concerto che l’arte in sé.

Chiudo il romanzo soddisfatta, sia per la parte romanzesca che per quella storica. Tracy Chevalier si è rivelata un’ottima scoperta e conto di leggere ancora altre sue opere.

Laura

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