“La chiave delle ombre” di Susan Stokes Chapman

Ciao a tutti, sono Laura!
Quando ho scelto di leggere “La chiave delle ombre” non sapevo bene cosa aspettarmi. Non avevo ancora letto nulla di Susan Stokes Chapman, anche se il suo nome mi era familiare per via di “Pandora”, il romanzo d’esordio che aveva riscosso un grande successo. È proprio nei ringraziamenti alla fine del libro – che io leggo sempre all’inizio – che l’autrice racconta quanto quel risultato l’abbia messa sotto pressione. Temere di non essere all’altezza di una fama improvvisa è qualcosa che umanizza moltissimo chi scrive e già questo mi ha resa più indulgente nei confronti del romanzo che avevo tra le mani.

Un altro motivo, forse più personale, è che sto attraversando una fase in cui cerco storie gotiche, che abbiano un certo lato oscuro, che non sia gratuito ma radicato, quasi necessario. Elena dice che mi sto dando a letture cupe e probabilmente ha ragione. Voglio romanzi che raccontino il dolore e la paura senza indorare la pillola. “La chiave delle ombre” sembrava promettere proprio questo: una terra remota, paesaggi nebbiosi, segreti antichi, superstizioni e un protagonista razionale costretto a fare i conti con tutto ciò che non sa spiegare.



La storia è ambientata nel Galles, nel 1783. Henry Talbot, chirurgo londinese travolto da uno scandalo, fugge dalla capitale e trova rifugio in un piccolo villaggio, dove viene assunto da Lord Tresilian per occuparsi della cugina e della madre di lei. Fin da subito si capisce che c’è qualcosa che non torna. Gli abitanti lo guardano con diffidenza, la morte del medico precedente non è affatto chiara e la famiglia per cui lavora nasconde più di un segreto.

L’ambientazione è uno degli aspetti più riusciti del romanzo. L’autrice riesce a costruire un paesaggio sensoriale potente: si sente l’umidità nelle ossa, si vede la brughiera come se fosse reale, si percepisce il silenzio sospeso tra superstizione e paura. C’è una cura quasi eccessiva per la descrizione, e questa attenzione al dettaglio ha un doppio effetto. Da un lato crea un mondo vivido e coerente, dall’altro rallenta parecchio l’azione. Ci sono momenti in cui si avrebbe voglia che la storia andasse avanti, che succedesse qualcosa, e invece ci si ritrova dentro una stanza a osservare il modo in cui la luce colpisce il pavimento o come la nebbia si addensa intorno al villaggio. È un tipo di scrittura che chiede pazienza e che non sempre viene ripagata in termini di tensione narrativa.

Un elemento che ho apprezzato molto è l’inserimento della lingua gaelica con le sue differenze fonetiche e sintattiche. È chiaro che l’autrice vuole restituire voce e dignità a un’identità culturale precisa, spesso marginalizzata. Il romanzo non si limita a raccontare una storia gotica: vuole anche essere un omaggio a una cultura e a una memoria storica.

I personaggi non mi hanno coinvolta emotivamente. Nessuno di loro è riuscito a creare una connessione profonda con me come lettrice. Forse perché sono costruiti più come archetipi che come individui. L’unico che mi ha colpita è stato il parroco, una figura semplice e onesta, che non ha bisogno di travestimenti morali. È stato il mio preferito, proprio per la sua trasparenza. Gli altri, per quanto complessi, mi sono sembrati troppo funzionali alla trama e poco spontanei.

Ci sono anche alcuni elementi narrativi che ho trovato deboli, quasi prevedibili. Il classico cattivo che spiega il suo piano a un passo dalla vittoria, perdendo così l’unica occasione per portarlo a termine. O la figura della finta alleata, seducente e ambigua, che si rivela essere antagonista. Questi cliché, se non rielaborati in modo originale, rischiano di far perdere valore anche ai momenti più drammatici.

Il finale chiude la storia ma non la pacifica. Lascia dietro di sé una sensazione di inquietudine, come se le conseguenze degli eventi non si esaurissero con l’ultima pagina. È un epilogo coerente con il tono del romanzo: non risolutivo, ma aperto, come certe leggende che finiscono con un’ombra invece che con una luce.

Quello che mi ha lasciato è soprattutto una curiosità. Il libro mi ha spinta a cercare informazioni sul Galles, la “terra dei draghi”, sulle tradizioni celtiche e le leggende locali. Non è una cosa da poco. Quando un romanzo riesce a stimolare la ricerca, vuol dire che ha lasciato un segno, anche se imperfetto. Non tanto per la trama, che a tratti risulta poco incisiva, ma per ciò che evoca. Per il tipo di paesaggio mentale e simbolico in cui ti invita a entrare.

In definitiva, “La chiave delle ombre” non è un libro che consiglierei a chi cerca azione, sorprese o personaggi con cui entrare subito in sintonia. Ma può piacere a chi ama l’ambientazione storica densa, il mistero lento, il folklore che si insinua piano nella realtà e la malinconia delle terre antiche. Io sono contenta di averlo letto, anche solo per aver scoperto un’ambientazione che non conoscevo e per aver sentito il bisogno di saperne di più.

E sì, credo che continuerò a cercare storie con quella nota gotica, quelle ombre che si insinuano nei dettagli, quella crudeltà veritiera che affascina e inquieta. Non so ancora se leggerò “Pandora”, ma ora sono decisamente più curiosa di farlo.

Laura

5 pensieri riguardo ““La chiave delle ombre” di Susan Stokes Chapman

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  1. Da alcuni giorni ho acquistato il libro e lo sto leggendo. Sono affascinata da Terre come il Galles, in questo caso, l’Irlanda, la Scozia.
    Sono a circa la metà del libro. In effetti l’autrice porta molta attenzione nella descrizione del paesaggio nelle sue sfumature, nelle azioni, nei lavori dei protagonisti, nel cogliere i loro pensieri, nelle suppellettili della casa.
    Accetto questo tipo di scrittura perché mi da l’impressione di respirare la Terra del Galles, con il suo clima, le tradizioni, il folkore. E mi sono annotata di leggere anche Pandora

      1. Ciao, ho letto la chiave delle ombre. Raramente termino un libro in breve tempo, presa dalla curiosità di altri testi, finisco con il leggerne più di uno assieme.
        Ma questo mi ha catturata, forse proprio per quella lentezza nel mettere in scena i personaggi, o forse per l’ambientazione che mi affascina, ho avuto l’impressione, ma questo è il mio parere, che i protagonisti avessero trovato la giusta collocazione nel racconto, senza troppa envasi ma nemmeno banalità.
        I diversi tasselli hanno composto un quadro armonioso.
        Il finale, con Henry che insenga a Cail, mi ha intenerito.
        Grazie per le vostre recensioni, vi leggo sempre volentieri

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