Ciao a tutti, sono Laura ed eccomi con la recensione della mia ultima lettura e penso che sarà l’ultima di questo genere per un po’.
Ho scoperto “Io che non ho conosciuto gli uomini” grazie a un video su YouTube che ne parlava e la trama mi ha subito colpita. In quel periodo, ero immersa nella lettura di distopie al femminile e questo romanzo sembrava inserirsi perfettamente nel mio percorso con la promessa di un’esplorazione profonda della condizione umana in un contesto estremo, fuori dal tempo e fuori dal mondo.
“Moi qui n’ai pas connu les hommes” è il titolo originale, identico a quello italiano, e risale al 1995. Il fatto che il titolo coincida con l’ultima frase del romanzo ha un effetto straniante e malinconico: una chiusura che è anche un’identità negata, mai compiuta. C’è qualcosa di silenziosamente struggente in quel “non ho conosciuto gli uomini” fin dall’inizio.

Il romanzo ci porta in un ambiente chiuso, sotterraneo, claustrofobico. Quaranta donne sono rinchiuse in una sorta di prigione, sotto la sorveglianza di guardie armate di frusta. Tra loro c’è una ragazza più giovane delle altre, troppo giovane per aver avuto una vita prima, troppo giovane per avere un nome. È lei a raccontare tutto, a posteriori, con la voce di chi è sopravvissuta e porta addosso il peso delle domande senza risposta.
La routine della prigionia è fatta di regole inflessibili, privazione sensoriale e assenza totale di comunicazione. Un giorno le sirene suonano, le guardie scompaiono e la porta si apre. Le donne sono libere, ma il mondo che le accoglie non è quello che ricordavano: è vuoto, immobile, sospeso in un post-apocalisse senza catastrofe visibile. Un deserto dove solo le vestigia del passato sopravvivono.
La protagonista – che nel frattempo cresce, osserva, impara a leggere, ma non conosce mai davvero il mondo o se stessa – diventa testimone di una lunga marcia senza meta, un viaggio che attraversa città fantasma e strutture abbandonate. In alcuni luoghi trova altre prigioni, simili alla loro, ma abitate solo da cadaveri (anche maschili). Questo dettaglio, agghiacciante e ambiguo, rimane senza spiegazioni. Eppure, è forse il nucleo più perturbante del romanzo: l’umanità si è estinta o è stata divisa? Perché alcuni sono stati rinchiusi e perché proprio loro?
La voce narrante è sobria, distante, quasi spoglia. È una voce che non conosce rabbia, né speranza, né amore. Solo una razionale, malinconica necessità di capire. Questo tono narrativo contribuisce a rendere la lettura a tratti frustrante. La protagonista non cerca vendetta, né redenzione, ma solo un significato. E spesso nemmeno quello. Mi sono chiesta se la sua apparente accettazione del vuoto non fosse una forma di resistenza, o forse di rassegnazione. Ho segnato questa frase: “meglio essere morte che disperate”, perché condensa perfettamente la tensione emotiva del libro, l’assenza di scelte reali in un mondo dove nulla ha senso e tutto è perdita.
Ho trovato il ritmo piuttosto ripetitivo. La lunga parte iniziale nella prigione è angosciante e ipnotica, ma tende a fossilizzarsi. La seconda metà, dedicata alla marcia e alla sopravvivenza, si muove tra tappe simili, prive di svolte. Anche lo stile di Jacqueline Harpman è molto essenziale e questo contribuisce a creare un senso di immobilità, come se nulla potesse davvero cambiare. Questo può essere un pregio per chi cerca una lettura più filosofica, ma per me ha reso alcune sezioni meno coinvolgenti.
Mi ha colpita il modo in cui il romanzo riflette, senza mai dichiararlo apertamente, sulla libertà. Le altre donne, una volta uscite dalla prigione, si ritrovano incapaci di reggere la solitudine e l’assenza di senso, spaventare di abbandonare la sicurezza della routine per quanto tragica.
La protagonista, più giovane dellr altre, sopravvive a tutte.
Quando si sistema in una casa, intorno ai quarant’anni, e poi muore sola, a sessanta, di un problema all’utero che non aveva mai avuto motivo di conoscere, capiamo davvero cosa significhi vivere un’intera esistenza senza alcuna esperienza umana: né amore, né contatto, né desiderio. Eppure, anche nella morte, la protagonista conserva una dignità quieta, come se volesse lasciarci solo il suo sguardo come eredità.
Durante la lettura, ho pensato più volte a “Il racconto dell’ancella”, per la reclusione e la negazione dell’identità, ma anche a “La lunga marcia” di Stephen King per il modo in cui il camminare diventa atto simbolico, vuoto di scopo ma pieno di significato esistenziale. C’è un filo che lega queste storie, fatto di corpi in movimento, di resistenza muta, di interrogativi che non pretendono risposte.
Non mi risulta che esistano trasposizioni cinematografiche o televisive del romanzo. E, forse, non sarebbe semplice realizzarne una. Il libro è profondamente interiore, silenzioso, poco dialogato. È una lunga meditazione, più che un racconto d’azione. Qualcosa che va ascoltato con pazienza.
Nel complesso, devo ammettere di essere rimasta un po’ delusa. Avevo alte aspettative e ho trovato un romanzo molto più statico di quanto pensassi. Eppure, sono contenta di averlo letto. È un libro che lascia domande, e a volte è proprio questo che cerco. Lo consiglierei a chi ama i romanzi distopici introspettivi e lenti, a chi non teme la ripetizione e vuole riflettere su cosa resti dell’umano quando tutto il resto è stato spazzato via. Non lo consiglierei, invece, a chi cerca ritmo, svolte narrative o un’intensità emotiva più immediata.
Le mie letture precedenti, soprattutto di autrici come Atwood, Murata o Alderman, mi avevano preparata a un certo tipo di narrazione disturbante e sospesa. Questo libro si inserisce bene nel filone, ma mi ha fatto venire voglia di variare, almeno per un po’. Forse mi dedicherò a qualcosa di più vivace, o magari a distopie con una struttura narrativa più definita. Non escludo però di leggere ancora Harpman, per capire se questo romanzo sia un unicum o rappresenti il suo stile complessivo.
Laura
Rispondi