“Per le strade di Tokyo” di Nick Bradley

Ciao a tutti! Sono Laura e oggi vi porto la recensione di un romanzo a cui ho dato la caccia per tanto tempo. Ne avevo letto la trama ed ero rimasta molto incuriosita e, più procedevano le mie ricerche online di una copia a buon prezzo, più il desiderio di leggerlo cresceva.

Ci sono romanzi che promettono un viaggio, e altri che ti lasciano in attesa su un binario senza mai davvero partire. “Per le strade di Tokyo” è uno di quelli che, almeno per me, non ha mantenuto la promessa. Quando ho cominciato a leggerlo, ero incuriosita dalla struttura frammentata, dal richiamo alla città, dalla possibilità di ascoltare voci diverse che si intrecciano sullo sfondo di un luogo così complesso e contraddittorio come Tokyo. Ma quella che ho incontrato tra le pagine è una città imbalsamata, vista da fuori, e personaggi che sembrano inseriti in una vetrina, osservati più che raccontati.



Il romanzo procede per episodi, ognuno con un protagonista diverso, con l’ambizione di costruire un mosaico in cui i tasselli si rivelano collegati. Un’idea potenzialmente affascinante, che però non regge sul piano emotivo. Ogni storia resta sospesa, quasi appena abbozzata, e il collegamento tra i personaggi è più un gioco intellettuale che una vera realtà umana. C’è un senso costante di artificio: come se ogni capitolo fosse stato scritto per dimostrare qualcosa, o per costruire un effetto narrativo, più che per dare voce a vite autentiche.

Eppure, tra queste tessere opache, una in particolare ha avuto per me un significato più profondo: la vicenda della traduttrice. È stata forse l’unica parte del libro che mi ha davvero dato qualcosa, una sorta di piccolo spazio per pensare. Le riflessioni sulle parole, sulle sfumature di significato e sulle etimologie mi hanno ricordato quanto il linguaggio possa essere un ponte tra mondi lontani. Mi è piaciuto il passaggio in cui si rifletteva su come certe espressioni non abbiano un corrispettivo diretto, o sul modo in cui alcune frasi restano intraducibili per non tradire un intero sistema di pensiero.

Ci sono piccoli frammenti, come quello, o come la scena in cui viene evocata la tradizione giapponese del togliersi le scarpe prima di entrare in uno spazio sacro o intimo, che ho trovato suggestivi. Mi hanno fatto pensare a cosa significhi davvero attraversare una soglia – fisica o simbolica – e a come, in certe culture, questo gesto contenga una forma di rispetto che qui si è persa. È forse questo il punto: in quelle brevi apparizioni, ho sentito un input che avrebbe potuto farsi più presente, se solo l’autore avesse scelto di sostare un po’ più a lungo nei dettagli vissuti, invece di perdersi nel gioco della struttura.

La cosa che più mi ha infastidita è stata la freddezza dello sguardo. I personaggi sembrano ridotti a categorie: la ragazza hikikomori, il tatuatore solitario, il senzatetto che attraversa la città come un’ombra… figure che avrebbero potuto essere complesse, ma che restano immobili. L’autore sembra osservarle con una lente da entomologo, senza mai sporcarsi davvero le mani con le loro emozioni. Non ho sentito rispetto per queste vite, né un tentativo sincero di comprenderle. A tratti ho avuto l’impressione che servissero più a mostrare quanto l’autore conosca la cultura giapponese, piuttosto che a raccontarla dall’interno.

Tokyo, in tutto questo, appare come uno sfondo esotico. È presente ovunque, nei nomi dei quartieri, nei riferimenti alla lingua, nei dettagli culturali, ma raramente la si percepisce viva.

Anche il simbolo del gatto, che ricorre in molte storie come filo conduttore, mi è sembrato più un vezzo narrativo che un elemento significativo. Una trovata che dovrebbe creare continuità, ma che finisce per risultare forzata. Come se si cercasse di costruire profondità con un trucco stilistico, invece che con un vero coinvolgimento.

A lettura finita, mi sono chiesta: che cosa mi ha lasciato questo libro? E la risposta, purtroppo, è “molto poco”. Non ho sentito empatia, non ho trovato una voce narrativa che mi accompagnasse con sincerità, e non ho imparato nulla di nuovo su Tokyo, se non quello che si può leggere in un qualsiasi articolo divulgativo scritto con garbo. Mi è sembrato un libro scritto più per affascinare che per raccontare davvero. E forse è questo che mi ha dato più fastidio: l’assenza di rischio, di coinvolgimento, di quella vulnerabilità che rende un romanzo necessario.

Credo che ogni lettore abbia diritto di ammettere che “questo libro non mi ha detto nulla”, senza per forza doverlo giustificare. Ma qui ho voluto spiegare perché, nel mio caso, si è trattato di una distanza profonda. E sono curiosa di sapere se qualcuno ha avuto una sensazione simile o, al contrario, se ha trovato in queste pagine qualcosa che io non sono riuscita a vedere.

Scrivetemi nei commenti, come sempre, se vi va di parlarne.

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Laura

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