Ciao a tutti sono Laura e oggi torniamo in oriente.
Mi sono avvicinata a “La ragazza del convenience store” con curiosità. Da tempo volevo capire se la fama di Sayaka Murata fosse meritata. Dopo aver letto altri suoi testi più cupi o surreali, mi aspettavo qualcosa di disturbante, invece ho trovato una storia quasi rilassante nella sua assurdità. Ma anche vera. Vera non in senso realistico, ma in quel modo silenzioso e inquieto con cui certe domande ci accompagnano anche dopo la fine della lettura.
Keiko Furukura lavora in un konbini da diciotto anni. È un minimarket come ce ne sono tanti in Giappone, aperto 24 ore su 24, dove tutto è calibrato, etichettato, perfetto nei gesti. Keiko, trentasei anni, nessuna relazione sentimentale, nessuna ambizione, vive per quel negozio. Il lavoro ripetitivo non la svuota, anzi: la struttura. È lì che impara come parlare, come muoversi, come essere una persona normale. Perché Keiko lo sa: lei non è normale. È sempre stata diversa, fin da bambina, ma ha imparato a censurarsi. Non per paura, ma per non mettere in imbarazzo gli altri. Per non turbare le regole del gioco sociale.

Il romanzo è narrato in prima persona dalla stessa Keiko, e questo rende tutto ancora più straniante. Lei non cerca di farsi comprendere. Non giustifica le sue scelte. Sa di essere strana, e racconta la sua storia con la logica fredda di chi osserva il mondo come se fosse un altro pianeta. Ogni parola è misurata, ogni azione è conseguenza. Keiko non si sente persa nel konbini: lì, finalmente, funziona. Ogni gesto ha un senso, ogni frase è prevista, ogni anomalia va corretta secondo il manuale. In un mondo in cui nessuno le ha mai spiegato come si sta al mondo, il konbini è l’unico spazio dove può essere *qualcuno* – anche se è solo una funzione.
Non ho potuto fare a meno di pensare a Pirandello, e a *Uno, nessuno e centomila*. Anche Keiko scopre, fin da piccola, che esiste una distanza tra come lei si sente e come gli altri la vedono. E come Moscarda, capisce che per vivere nella società umana bisogna allinearsi agli altri. Il modo più semplice è imitare: ripetere i comportamenti, copiare le reazioni. Non si tratta solo di sopravvivere: si tratta di *funzionare* all’interno di un sistema sociale dove ogni ruolo ha un copione implicito. La normalità non è uno stato, ma una performance.
La routine del combini diventa allora una forma di addestramento quotidiano. È lì che Keiko ha imparato a comportarsi come si deve: sorridere, salutare, rispondere nel modo giusto. Non si tratta di alienazione – non nel modo in cui siamo abituati a pensarlo. Si tratta piuttosto di un sistema di sopravvivenza. Il negozio è l’unico luogo in cui non deve fingere di essere *di più*, come le chiede la società. Non deve diventare madre, moglie, carriera. Deve solo essere efficiente. E per lei, questo è rassicurante.
Il vero punto, secondo me, è che Keiko non è un’eccezione. Solo che lo ammette. Tutti noi ci comportiamo diversamente in base ai contesti: al lavoro, in famiglia, con gli amici. Non è ipocrisia, è adattamento. O forse, come diceva Pirandello, sono solo maschere. Nessuna falsa, eppure nessuna completa. Vivere significa selezionare quale versione di noi mostrare, in quale contesto, con quale scopo. Keiko lo fa con metodo, quasi con innocenza, rendendo visibile un meccanismo che tutti applichiamo senza accorgercene. E forse è proprio questo che turba i lettori: il fatto che lei renda esplicito ciò che in molti preferiscono ignorare.
Anche la relazione che intraprende con Shiraha – un uomo disadattato, misogino, altrettanto fuori norma – è interessante non come storia d’amore (che non è), ma come esperimento. Keiko prova a indossare una nuova maschera, quella della compagna, dell’adulta realizzata, solo per scoprire quanto sia soffocante, quanto poco le appartenga. È una prova fallita, ma non tragica: è una dimostrazione. Keiko non può vivere una vita *altrui*, e alla fine sceglie di tornare al konbini, al luogo dove può essere una funzione utile, una rotella perfetta in un meccanismo che la accoglie senza domande. È una scelta che può sembrare regressiva, ma che contiene un profondo atto di libertà.
La scrittura di Murata è chirurgica. Nessun compiacimento lirico, nessuna spiegazione superflua. Ogni frase è un gesto, ogni gesto è un’osservazione sul mondo. È un libro breve ma denso, che si legge in poche ore ma resta addosso per giorni. Ci costringe a chiederci: quanto delle nostre scelte è davvero nostro? Quanto di ciò che siamo è frutto di una decisione e quanto è una risposta a ciò che il mondo si aspetta da noi?
Laura
P.S. Ma in realtà risale a prima.
La mia chiave di lettura dell’intero scritto è stato questo pensiero della protagonista che ha portato a una prima riflessione da cui è venuta fuori la recensione.
“Ti trovo cambiata, sai?” Yukari ha ragione: sono cambiata […] non resta più neanche una goccia dell’acqua che fluiva nel mio organismo in passato […] sono il risultato del mondo che ho assimilato”
Mi sono chiesta allora, se siamo noi ad assimilare il mondo o sia lui ad assorbire noi.
Esperienze, letture, parole. Nessuno cresce in isolamento. Ogni relazione ci modella, come acqua sulla pietra. Pirandello ce lo aveva già detto, che siamo uno, nessuno e centomila. Ma Murata ce lo mostra in un modo nuovo: ogni identità è fluida, mai del tutto nostra, mai del tutto altrui. Siamo maschere, sì, ma anche scelte. Non siamo solo ciò che siamo stati: siamo anche ciò che decidiamo di diventare, ogni giorno, nel momento in cui smettiamo di fingere e iniziamo a funzionare “a modo nostro”.
Come avevo già detto nell’articolo dove parlavi di Vanishing World, questo libro devo recuperarlo perché Keiko può essere letta in chiave autistica. Devo trovare il momento giusto per leggerlo perché libri come questo possono pure deludere se li leggi nel momento sbagliato dato che sono spaccati di vita e nulla più. Mi è successo di recente con Le tre del mattino di Carofiglio: il libro è bello, ma mi ha lasciato poco e niente perché forse in quel momento avevo bisogno di altro. Deve ancora pubblicare quella recensione tra l’altro
Io in questo ho visto più l’aspetto legato all’anticonformismo che nella società giapponese, così votata all’uniformità, è quasi una colpa. Ho sentito di recente un proverbio giapponese sul tema e a breve ne parlerò in un articolo.
Ti farò sapere cosa ne penso a riguardo quando lo leggerò. Comunque mi tengo il beneficio del dubbio sulla rappresentazione dell’autismo perché è solo una chiave di lettura alternativa
Interessante questa chiave di lettura.