“Ancora venticinque estati” di Stephan Shäfer

Ciao a tutti, sono Laura e oggi scrivo per parlarvi di un libro che, lo ammetto, non mi ha trasmesso nulla. Un titolo che avevo incrociato per caso su Facebook, “Ancora venticinque estati”, e che, complice una copertina accattivante e una promessa di riflessione, mi aveva spinta all’acquisto. Purtroppo, come a volte capita, le aspettative non sono state del tutto ripagate. Anzi, questa lettura mi ha portata a interrogarmi sul confine, a volte labile, tra semplicità e banalità.

Ma andiamo con ordine.
Come vi accennavo, è stata la “bolla” dei social a mettermi di fronte a questo titolo. Un post ne parlava come di una lettura essenziale, quasi un balsamo per l’anima per chi, come tanti di noi, si sente schiacciato dalla frenesia della vita moderna. La promessa era quella di una pausa, di uno spunto per rimettere in prospettiva le nostre priorità. Un richiamo a cui, in questo periodo un po’ convulso, non ho saputo resistere. E così, con la speranza di trovare un piccolo tesoro di saggezza, l’ho aggiunto al carrello.
Il titolo originale del libro, scritto dal giornalista e manager tedesco Stephan Schäfer, è “25 letzte Sommer”. La traduzione italiana, “Ancora venticinque estati”, è letterale e assolutamente coerente. Quel numero, 25, non è casuale: rappresenta una stima, una media delle estati che restano da vivere a un uomo di mezza età. Un titolo che vuole essere un campanello d’allarme, un invito a prendere consapevolezza del tempo che scorre. Una scelta diretta, quasi brutale nella sua semplicità, che mira a colpire subito il lettore.

Pubblicato in Germania nel marzo 2024 e arrivato in Italia a maggio 2025, è un libro recentissimo, un bestseller in patria. Si inserisce in quel filone, sempre più popolare, di narrativa che sconfina nella crescita personale, proponendo modelli di vita alternativi e riflessioni esistenziali. Schäfer, al suo esordio narrativo, cavalca quest’onda, portando la sua esperienza di uomo immerso in un mondo competitivo.



La trama è presto detta: un manager di successo, stressato, perennemente di corsa, la cui unica valvola di sfogo è il running, durante un weekend nella sua casa di campagna incontra Karl, un contadino che coltiva patate. L’incontro è casuale, quasi banale: un tuffo in un lago che non aveva mai osato fare prima. Da questo momento, Karl, con la sua calma serafica e la sua saggezza contadina, diventa una sorta di mentore per il nostro protagonista. Gli insegna a rallentare, ad apprezzare i piccoli gesti, a riscoprire un ritmo di vita più umano e meno performante.

I personaggi sono funzionali a questa tesi. Il protagonista è un archetipo: l’uomo contemporaneo che ha sacrificato tutto alla carriera. Non ha un nome, e questa è una scelta voluta per favorire l’immedesimazione del lettore. Karl, d’altro canto, è la personificazione di una saggezza antica e un po’ idealizzata, l’uomo che ha capito tutto dalla vita semplicemente stando a contatto con la terra.

Il ritmo e lo stile sono lenti, meditativi. Frasi brevi, un lessico semplice. L’intento è quello di creare un’atmosfera rilassante, quasi una “lettura-terapia”. Ed è qui, care amiche e cari amici, che per me è sorto il problema. Se da un lato la semplicità può essere una virtù, dall’altro, in questo caso, mi è sembrato che scivolasse pericolosamente nella banalità. Le “perle di saggezza” di Karl suonano spesso come massime da cioccolatino, riflessioni che non vanno mai veramente in profondità. Il dialogo tra i due protagonisti, che dovrebbe essere il cuore pulsante del libro, si risolve in una serie di cliché sul “vivere l’attimo” e sul “ritrovare se stessi”.

Ecco, lo spunto di riflessione che, paradossalmente, mi ha dato questo libro è proprio sulla natura di questo tipo di letteratura. C’è un bisogno evidente, nel nostro tempo, di storie che ci confortino, che ci indichino una via d’uscita dalla complessità. Ma questa ricerca di semplicità non rischia a volte di farci accontentare di risposte troppo facili? La saggezza di Karl, il contadino di patate, è affascinante, ma anche un po’ irrealisti.

Laura

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