Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo della mia ultima lettura: “Il profumo degli alberi di mele”. Ho acquistato questo romanzo un pomeriggio in libreria, presa da un’irrefrenabile voglia di acquisti, insieme a tanti altri libri (per la gioia della mia tbr che si allunga sempre di più, ahimé). Questo l’ho scelto perché si avvicina il 25 aprile e tutti gli anni cerco una lettura a tema, ma ultimamente non me la sento di affrontare una lettura troppo drammatica e quindi ho cercato qualcosa di leggero.

Il titolo originale, “The Orchard Girls” (“Le ragazze del frutteto”), punta l’attenzione sulle figure femminili e sul luogo che le accomuna, un elemento concreto e diretto. La scelta di tradurlo in “Il profumo degli alberi di mele” è probabilmente una strategia editoriale volta a evocare un’atmosfera romantica, oppure ricordare titoli di altri autori per captare l’attenzione del lettore. In più, le mele sono spesso associate a ricordi e tempi passati, quindi volevano sottintendere – forse – un legame tra passato e presente. Questa variazione potrebbe essere stata ritenuta più attraente per il mercato italiano, puntando su una risonanza emotiva immediata piuttosto che su un riferimento diretto ai personaggi.
La copertina italiana raffigura due donne di spalle in un campo, con un aereo sullo sfondo, suggerendo un’ambientazione rurale durante la Seconda Guerra Mondiale. La copertina originale, invece, si concentra maggiormente sull’amicizia tra due ragazze in un frutteto al tramonto, con un sottotitolo che accenna a amicizie nate in tempo di guerra e segreti eterni. La copertina italiana cerca di inquadrare il contesto storico bellico, forse per intercettare un pubblico interessato a quel periodo, mentre quella originale si focalizza sul legame tra le protagoniste e l’ambientazione del frutteto, in linea con il titolo originario.
Pubblicato nel 2021, “Il profumo degli alberi di mele” si inserisce nel contesto letterario contemporaneo caratterizzato da una forte presenza di romanzi historical fiction con un focus sulle storie di donne e sulle saghe familiari, spesso utilizzando la struttura narrativa delle due linee temporali, una formula di successo tra i bestseller degli ultimi anni.
Questo romanzo si allinea perfettamente alla produzione narrativa di Nikola Scott, che si dedica a figure femminili in diverse epoche storiche, con un’attenzione particolare ai legami e alle evoluzioni familiari.
Sebbene la premessa sia interessante e l’idea di base mi piacesse, devo dire che – per come è stato trattata la vicenda – il romanzo non mi ha convinto per nulla.
La storia si apre con Frankie che, dopo dieci anni di assenza di rapporti, deve intervistare la nonna ricca, sempre meno presente agli eventi mondani. Frankie è la sola a scoprire che questo suo ritiro dalla vita pubblica è dovuto all’insorgenza della demenza senile. Per questo motivo, sentendosi in colpa verso la donna che si era occupata di lei quando era bambina, Frankie decide di trasferirsi nella sua villa e assisterla. La malattia della donna è una tematica forte che poteva pesare sulla trama, ma non è stato trattato con la dovuta profondità, a mio parere. In più, a me è sembrato più uno stress post-traumatico riemerso dopo anni, anche perché la nonna mostra dei miglioramenti, cosa insolita per la demenza che di solito è progressiva.
Già dopo le prime cento pagine, su un totale di circa cinquecentocinquanta, ho faticato a proseguire nella lettura che mi sembrava non conducesse a nulla di interessante.
In entrambe le linee temporali ho notato la presenza di alcuni elementi problematici. Nella linea temporale di Violet, ho riscontrato cliché narrativi un po’ datati, come la dinamica del padrone ricco e tormentato che si innamora della giovane e umile “contadinella”. Anche alcune scelte narrative, come il tentativo di Violet di essere un’altra persona per sfuggire al suo passato, mi sono sembrate banali e poco approfondite: lei rimane comunque la ragazza ricca che combatte per i diritti delle più deboli solo perché possiede un carattere risoluto (forse perché abituata fin da bambina ad avere le spalle coperte da famiglia potente e denaro?).
Anche la storia di Frankie presenta diversi cliché: quello della ragazza imbranata sul luogo di lavoro, quello del collega sfuggente che però pare sentimentalmente interessato a lei, ma che in realtà voleva solo uno scoop sulla nonna ricca, ma che in realtà è seriamente interessato, eccetera eccetera….
Poi, il rapporto tra nonna e nipote durante l’infanzia è descritto come forte e viene messo a dura prova dall’arresto del padre di Frankie, di cui la nonna sembra responsabile. Questo conflitto, che ha portato a un allontanamento di ben dieci anni, viene risolto e spiegato in modo frettoloso e superficiale, risultando una banalità: tanti discorsi per poi scoprire che non era nulla di così grave, anzi io ho dato pienamente ragione alla nonna! Per quanto possa essere difficile, ha allontanato da Frankie una figura tossica, inaffidabile che le avrebbe dato solo problemi.
“Il profumo degli alberi di mele” presenta similitudini con opere di autrici come Kate Morton e Lucinda Riley, che spesso intrecciano storie femminili attraverso diverse generazioni sullo sfondo di eventi storici. Tuttavia, a mio parere, manca della profondità psicologica e della complessità di trama che caratterizzano le opere più riuscite di queste autrici. Al momento, non ci sono trasposizioni televisive o cinematografiche di questo romanzo.
Nonostante le criticità, c’è un aspetto che ho particolarmente apprezzato: l’avermi fatto conoscere l’esistenza e il ruolo fondamentale dell’Esercito Agricolo Femminile (Women’s Land Army) in Inghilterra durante la Seconda Guerra Mondiale. Confesso la mia ignoranza pregressa su questo pezzo di storia e sono felice di aver avuto l’occasione di approfondire l’argomento.
“Il profumo degli alberi di mele” aveva delle premesse interessanti, ma lo sviluppo narrativo non è stato all’altezza delle aspettative, presentando un ritmo lento, vari cliché e una gestione superficiale di snodi importanti della trama.
P.S. È importante ricordare che il contributo femminile allo sforzo bellico fu vastissimo, ben oltre l’agricoltura. Le donne lavorarono massicciamente nell’industria bellica, producendo armi e materiali essenziali, e si arruolarono in servizi ausiliari delle forze armate (come aviazione, autiste, telegrafiste, addette ai radar e tanto altro), svolgendo compiti importanti a terra (segretarie, contabili, addette alla logistica e ai trasporti). Furono inoltre fondamentali nei servizi di emergenza (vigili del fuoco, protezione civile, ambulanze) e come infermiere. Questa partecipazione massiccia, resa necessaria dalla carenza di manodopera maschile, dimostrò le capacità femminili in ambiti precedentemente maschili, portando a una maggiore indipendenza economica e a un cambiamento nelle percezioni sociali, gettando le basi per future rivendicazioni di uguaglianza. Ritengo che portare alla luce, anche attraverso la finzione letteraria, storie come queste sia un merito da non sottovalutare.
Laura
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