Ciao a tutti, sono Laura. Oggi vi propongo una riflessione un po’ curiosa.
Giorni fa, scorrendo il feed di YouTube, mi è caduto l’occhio su un titolo palesemente studiato per acchiappare click: «Tre libri da usare al posto della carta igienica». Davanti a una trovata così deliberatamente provocatoria, si spera sempre che dietro la facciata si nasconda un’intenzione più nobile — un ragionamento articolato, una riflessione capace di trasformare l’ostentazione in una chiave di lettura. E invece il video manteneva esattamente ciò che prometteva; una lista di titoli stroncati con estrema superficialità, liquidando insieme alle opere anche i loro autori.
Il titolo mi aveva però stuzzicata e quindi, alla fine del video, sentivo dentro di me una domanda: se dovessi individuare ciò che merita davvero la qualifica di carta straccia — quelle letture di cui ci si può liberare a cuor leggero — quali immagini mi verrebbero in mente?
Più che stilare pagelle, la questione riguarda tre concetti strettamente legate alla nostra libertà di lettori.
Il primo volume da abbandonare è semplicemente quello che non ingrana, il testo che rifiuta di entrare in sintonia con i nostri pensieri e che continuiamo a trascinarci dietro per una sorta di dovere morale. Ci portiamo dentro l’idea sbagliata che ogni romanzo iniziato debba essere concluso a ogni costo, trasformando il momento della lettura in una penitenza da scontare. Ma una pagina muta non merita un solo minuto del nostro tempo. Chiudere il libro a metà, senza fare drammi o provare sensi di colpa, non significa denigrare di chi ha scritto, ma prendere atto il racconto e la nostra mente, in questo preciso momento della vita, viaggiano su binari differenti. Rinunciare all’obbligo dell’ultima pagina è il primo passo per conservare la lettura come uno atto autentico.
A questo punto se ne affianca un secondo, legato a doppio filo alla pressione sociale: il libro del momento, il caso editoriale acclamato ovunque e che chiunque sembra stia leggendo (e amando). Nasce l’ansia, il timore di dover adeguarci al gusto di tutti per non sentirci esclusi dal discorso generale. Ma leggere non è una competizione a chi accumula più titoli, né un esame per mostrarsi sempre al passo con le novità; resta un cammino intimo e riservato che non deve spiegazioni a nessuno. Una storia incapace di comunicarci qualcosa, se affrontata soltanto per inseguire una moda, sfugge dalle mani come sabbia. Scegliere di ignorarla è una decisione del tutto legittima, l’unico modo per riaffermare un interesse guidato da un bisogno reale anziché dall’ennesima tendenza del mercato. Inoltre, nulla ci vieta di leggerlo per poterlo commentare insieme ad altri lettori, ma il fatto che sia un best seller super acclamato non ci deve impedire di giudicarlo liberamente anche se in maniera diversa o negativa.
Resta infine un ultimo ostacolo da superare: il testo che gli altri si aspetterebbero di vederci tra le mani. Spesso finiamo per costruire una gabbia invisibile fatta di etichette — il lettore affezionato a un unico genere, lo studioso focalizzato su argomenti specifici, lo specialista confinato nella propria nicchia. Quando affiora la curiosità di superare quei margini per allungare le mani verso qualcosa di inatteso, sorge la paura di perdere una presunta coerenza, quasi che esplorare percorsi inconsueti possa sminuire la nostra identità. La vera libertà sta invece nel disattendere le aspettative perché cimentarsi con un linguaggio nuovo o immergersi in una narrazione imprevedibile non toglie nulla al nostro rigore, ci rende semplicemente lettori più vivi.
Dobbiamo riscoprire il valore del nostro tempo: non siamo definiti dai volumi portati a termine per inerzia o per consuetudine, ma dalla lucidità con cui sappiamo scegliere cosa accogliere e cosa lasciar andare con passo leggero. Chissà se è capitato anche a voi di dovere chiudere un libro non perché fosse sbagliato in sé, ma perché in quel momento preciso non aveva più nulla da dire alla vostra vita. Fatemelo sapere nei commenti, sono curiosa. E vi invito anche a stilare una lista dei vostri volumi “carta igienica”,
ciao!
Laura
Riflessione interessante.
Di mio mi sono sentito “forzato” a terminare un libro solo nel caso di Moby Dick, che è sempre stato uno dei miei mostri sacri. Tutti mi dicevano: vedrai che la fine è spettacolare, in effetti sì, ci sta, ma è la parte nel mezzo, che mi ha quasi fatto abbandonare l’impresa.
Ho abbandonato le mille e una notte perché, davvero, non le sopportavo più.
Per il resto non seguo mode e leggo solo ciò che voglio, non saprei nemmeno quali siano i libri del momento.
E, da appassionato di fantasy, quando mi chiedono se ho letto “Il signore degli Anelli” rispondo sempre che l’ho letto due volte PRIMA del successo dovuto al film.
Un paio di titoli da usare come carta igienica li avrei, ma parlo di libri scritti davvero MALE e che sono stati, molto probabilmente, pubblicati dietro pagamento, altrimenti non riesco a spiegarmi quale editore li abbia fatti passare…
Un saluto!
Io do molto valore al mio tempo. Sono più geloso del mio tempo che dei miei soldi, perché i soldi li rifai, il tempo invece una volta che l’hai sprecato non torna più indietro.
In psicologia è nata la Fear Of Missing Out, o FOMO, a causa del social, e per i libri e le varie fiere è molto presente. A me a volte l’ha fatto ma sto cercando di smettere.
Seguo da anni Ilenia Zodiaco e la sua rubrica sui “Libri di Melma”, analisi lunghe fatte in live di libri oggettivamente pessimi. Anche Matteo Fumagalli lo fa ed è stato minacciato di querela da una di queste autrici. Spesso anche i lettori giovani sono un problema persone offendono chi critica il suddetto libro anche se nessuno si permetterebbe mai di insultare chi lo ha scritto. Anche se a volte ci metti più enfasi in un commento o magari fai ironia su delle parti che non sono coerenti all’interno della trama del libro stai comunque parlando del libro ed è grave che alcuni non lo capiscano. Quella frase che hai scritto come citazione alla persona che ha fatto quel video ci può anche stare, ma la superficialità no, anche se un libro non ti è piaciuto.